Le ventose dell’uomo ragno
Difficoltà dell’insegnamento e
scelte politiche
 

in “Chichibìo”, Rivista di Didattica dell’Italiano, Palumbo –Palermo-,

n° 45 anno IX, novembre-dicembre 2007

La sensazione è quella di arrampicarmi sugli specchi. Il fatto è che non ho i poteri dell’uomo ragno e quindi.., scivolo! Il fatto è che.., i conti non tornano. Questo accade nelle mie classi: una prima e una seconda di un Istituto Professionale, ma non accadeva alcuni anni fa. Mi spiego con un esempio: K era una studentessa eccezionale, con doti personali spiccate, con volontà ferrea, una capacità eccellente di rielaborazione, una espressione scritta e verbale sicura, anche grazie a un’ottima competenza lessicale. K si è diplomata lo scorso anno con il suo bellissimo voto. Quest’anno, in prima, tra i miei alunni, c’è A., sua sorella. A. non solo non ha voglia di studiare, ma ha gravi problemi con la grammatica. Numerosi e di ogni natura sono i suoi errori. K. e A. provengono dalla stessa famiglia, dalle stesse scuole, hanno i medesimi insegnanti. Cosa è successo nei cinque anni che intercorrono nella loro differenza di età?
Il caso di queste due ragazze costituisce solo un semplice esempio perché, non solo le “eccellenze” tra i miei studenti sono in questo lustro diminuite fino a scomparire, ma hanno lasciato il posto a una situazione che appare eufemistico definire allarmante. I ragazzi sono cambiati, nessuno lo nega, ma affrontare questo argomento è più che pericoloso poiché il rischio di incorrere in generalizzazioni o banalizzazioni è grande.
La mia considerazione verte dunque su un piano diverso. L’evidenza di tale cambiamento (che comunque dovrebbe sempre considerare la presenza di numerosissimi studenti motivati sparsi nelle scuole d’italia) è stata, come ormai sanno anche i sassi, provata dall’OCSE-PISA di cui non occorre ulteriormente parlare. Ed ecco i bellissimi piani di emergenza: il Fareidon, il DiGi Scuola, il PONecc. Ecco anche iniziative ministeriali come Scuole aperte. Mentre però i primi piani si fondano sul rinnovamento della didattica, sull’aggiornamento degli insegnanti, e dunque li approvo senza riserve, Scuole aperte mi sembra suscettibile di qualche osservazione. L’idea alla sua base è condivisibilissima, e talmente bella è la sua prospettiva, che io stessa ho presentato all’U.S.R. un progetto. La mia perplessità non per questo viene meno: visto che gli investimenti economici in ambito scolastico sono così importanti, e visto che l’obiettivo da perseguire è così chiaro, non sarebbe forse più proficuo usare una piccola parte dei sessantaquattro milioni di euro di Scuole aperte per evitare di farmi trovare una classe di 24 studenti appartenenti a svariate nazionalità (12 gli stranieri)? Come può essere professionalmente possibile operare in una situazione in cui ai disegnini alla lavagna per spiegare cosa sono il fuoco e l’incendio alla ragazza ucraina appena arrivata, che ha difficoltà anche a passare dall’alfabeto cirillico all’italiano, si associa quella di insegnare a scrivere le parole in forma ortografica corretta al compagno argentino in Italia da un anno, di insegnare a migliorare la propria ortografia a quello dislessico e brasiliano in Italia da sei anni, a comprendere se le difficoltà della ragazza albanese sono solo linguistiche o nascondono un problema più serio? £ il tutto in un contesto nel quale è una ragazza marocchina, in Italia però da quando era piccola, a scrivere e a esprimersi comunque meglio rispetto ai compagni italiani.
In una situazione del genere non c’è piano che tenga. Mi occorrerebbero davvero le ventose dell’uomo ragno. Una ventosa sarebbe senza dubbio costituita dal non affidarmi 24 ragazzi in queste condizioni. Il numero, per chi, come me, ha avuto prime e quinte di trenta studenti, non è certamente di per sé alto. Fatto è che dieci-dodici dei miei attuali ragazzi già sarebbero molti per una classe. Da aggiungere è che gli studenti portatori di handicap godono di sole nove ore di sqstegno. L’insegnante specializzata è dunque presente alle mie lezioni solamente due ore alla settimana e M. in prima, è un ragazzino particolarmente problematico...
Il fine di questo mio scritto mi pare, a questo punto, ben esplicito: non sarebbe opportuno investire denaro, piuttosto che in iniziative splendide ed eclatanti (come Scuole aperte) in interventi di prassi quotidiana, e dunque tenere conto di certi criteri, per la formazione delle classi? I miei 24 valgono 100 e, nonostante l’esperienza, nonostante l’impegno (mio, perché a loro devo anche insegnare ad impegnarsi!), nonostante la mia carica positiva e propositiva atta a motivarli, soprattutto, il mio lavoro con loro è oggettivamente votato al fallimento. Certo avrò dei risultati, ma non con tutti. Non è giusto.
La soluzione che prospetto è assolutamente utopica e nello stesso tempo semplice: dopo una prima e ceno seria e provata analisi, l’insegnante comunica che da solo non può farcela; e i docenti della classe diventano due! E così che, sicuramente,., i conti tornerebbero.
Insomma, pur sostenendo che nell’attività docente l’entusiasmo, la voglia di insegnare, siano ingredienti sostanziali; pur continuando a credere che il mio lavoro sia “il più bello del mondo” poiché “tocca le menti”, ritengo che raggiungerle, le menti dei miei studenti, oggi sia molto più complesso che nel passato, e che l’organizzazione scolastica, nel suo complesso, non sempre mi faciliti..