La Moratti e i professionali. Prove tecniche di marginalizzazione

in “Chichibìo”, Rivista di Didattica dell’Italiano, Palumbo –Palermo-, n° 32 anno VII, marzo-aprile 2005

 

non vi fa paura un mondo di analfabeti senza memoria?

Harold Irving Bloom
 

Giuseppe Petronio, in Le baracche del rione americano Un uomo e il suo secolo, Unicopli, 2001, p. 89, usa l’espressione “strumento di pedagogie demagogiche” a descrivere come il termine interdisciplinarietà, ricco di significato e fascino al suo apparire negli anni Quaranta, si sia, con il tempo, sciupato insieme al suo senso perduto. Strumento di pedagogie demagogiche appare assolutamente il “Profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del diritto dovere di istruzione e formazione”, in appendice alle norme generali relative al secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione ed i livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione professionale, a norma dell’articolo 1 della legge 28 marzo 2003, n. 53.

Affermo ciò perché i principi enucleati sono indiscutibili e imprescindibili da qualunque atto oggi si voglia dichiarare educativo e/o istruttivo. Non si oserebbe mai contrastare l’idea che il secondo ciclo debba quali Finalità perseguire: "la crescita educativa, culturale e professionale dei giovani, lo sviluppo dell’autonoma capacità di giudizio; l’esercizio della responsabilità personale e sociale" neanche se espressi, nella Premessa, con un errore di concordanza verbale evidentemente sfuggito al Ministro e ai ben duecento esperti delegati all’elaborazione della bozza. Non si può non concordare con le parole del paragrafo Identità.  Ma quando, con una sorta di compiacimento masochistico si è avuta la pazienza di giungere a Una sintesi, esplode la rabbia   e persino si invidierebbe Petronio per la fortuna di potere non assistere allo scempio che si intende operare della scuola pubblica italiana.

Questo perché i punti della sintesi, con una demagogia che sfiora il ridicolo, affermano quanto tutta la bozza dei decreti nega. Non si potrà certo, ad esempio, “avere memoria del passato, riconoscerne la permanenza nel presente e far (è per insulsa retorica che si rinuncia alla –e- finale del verbo fare?) tesoro di queste consapevolezze per la soluzione dei problemi che si incontrano e per la progettazione del futuro” con:

  • un tempo scuola estremamente ridotto con conseguenze chiaramente negative non solo sul numero dei docenti in organico (fattore secondario in questo contesto) ma soprattutto sulla qualità del servizio offerto agli studenti ai quali verrebbero per forza di cose proposti percorsi didattico culturali più poveri di quelli attuali;
  • il discriminare le discipline mediante una quota oraria obbligatoria o opzionale;
  • l’affidare  molte ore curricolari ad agenzie private.

            Non si potrà inoltre garantire alcuna democraticità alla luce dello schema di decreto legislativo concernente il Diritto-dovere all’istruzione e alla formazione ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. C) della legge 28 marzo 2003, n. 53,  in base al quale risulta una grave discriminazione tra il sistema dei licei da un lato e quello dell’istruzione e della formazione professionale dall’altro, sia mediante una diversa terminabilità, sia con un dualismo che non rispetta nei fatti il principio di garantire, a tutti e su tutto il territorio nazionale, pari dignità e equivalenza culturale e formativa, costringendo gli studenti a subire condizionamenti e da parte delle esigenze del lavoro e da parte di un nozionismo fine a se stesso.

            Logico anche dedurre l’impraticabilità dei passaggi tra i sistemi, che sarebbero di natura esclusivamente unilaterale, e logico contestare la genericità con la quale non si definisce il sistema dell’istruzione e della formazione professionale che sembra derivare dall’accorpamento tra i percorsi degli istituti di istruzione secondaria, i corsi di formazione professionale accreditata, i corsi di formazione regionale.

            Non si potrà soprattutto  per quanto si legge nello schema di decreto legislativo concernente la Definizione delle norme generali relative all’alternanza scuola-lavoro ai sensi dell’articolo 4 della legge 28 marzo 2003, n. 53 del quale contesto lo spirito stesso, poiché fa dell’alternanza scuola-lavoro un canale formativo a se stante, mentre l’opportunità dell’alternanza deve essere una opportunità offerta, e non una decisione dell’amministrazione. E inoltre:

  • poiché non precisa quali debbano essere i requisiti dei luoghi di lavoro prescelti che sono chiamati –in teoria- a un’azione didattico-formativa;
  • poiché manca l’individuazione di un sistema nazionale di standard di competenze che stabiliscano il valore dell’esperienza lavorativa e perché di detta esperienza non sono chiarite né le quote orarie, né i periodi interessati del calendario scolastico e altro;
  • poiché il POF non deve essere lo strumento, non solo per svolgere, ma anche per verificare, il percorso dell’alternanza.

            Chi scrive è docente di materie letterarie  (e sarà un domani definito docente esperto?) in un  Istituto professionale, e di tali istituti difende a spada tratta la dignità. La natura di questa scuola non vi porta solamente –e comunque ci sono- studenti “svogliati e con poca voglia di studiare”, dal momento che in molti casi l’utenza è composta da ragazzi provenienti da un extra scuola povero di sollecitazioni culturali, da famiglie non proprio benestanti, o perlomeno non con una cultura di livello elevato. Tali ragazzi nel Professionale hanno oggi la possibilità di entrare in contatto, oltre che con il mondo del lavoro, garantita dalla Terza Area, anche con la Cultura (si perdoni l’enfasi) e spesse volte proseguono con successo gli studi universitari. Si trema al pensiero che i ragazzi del Professionale di domani saranno in pratica una bassa manovalanza, e che molti di loro saranno a ciò sacrificati senza ulteriore possibilità di scelta.

Vorrei poi che il sistema dell’istruzione rimanesse unitario,  perché sono convinta che esso non deve differenziare le competenze tra Stato e Regioni affidando a queste ultime uno soltanto  dei due sistemi scuola: lo Stato definisca le norme e l’ordinamento del sistema unitario; le Regioni operino nell’ambito della programmazione e dell’organizzazione dell’offerta scolastica.

E’ chiaro che non considero la bozza come desidererebbe il Ministro Moratti: un progetto di ammodernamento della scuola di forte valenza culturale;   ma, se la bozza è davvero aperta, come sempre afferma il Ministro Moratti, al contributo di tutti, sia questo scritto una voce da ascoltare.

Sono vari i punti in cui ancora sono in disaccordo con il progetto di riforma in atto: il porre sotto accusa la lezione trasmissiva è uno di questi. Che non debba essere l’unico strumento della didattica è ovvio, come però è altrettanto ovvio che non si possa fare scuola solo con i lavori di gruppo. Mi piacerebbe che i professori rimanessero tali e non fossero mortificati nella funzione del tutoraggio né da una valutazione sull’efficacia della propria azione didattica e formativa, se la misura dell’efficacia sarà basata su quiz! Invito a proposito, quanti non abbiano ancora avuto l’opportunità di farlo, a leggere con attenzione il "Nuovo testo unificato presentato alla Commissione Cultura e Istruzione della Camera il giorno 15.02.2005" relativo alle “Norme generali sullo stato giuridico degli insegnanti delle istituzioni scolastiche”.

 Che l’insegnante di oggi e di domani non sia “anima morta”, “incapace di scuotere” ma assomigli a uno degli insegnanti di Petronio: “un uomo, e quegli scrittori remoti, quando lui li leggeva, diventavano vivi, parlavano parole umane, mi esaltavano” (cfr. G. Petronio. op. cit, p. 57), e anche gli istituti professionali continuino non solo a fare conoscere il mondo del lavoro e  a operare nella concretezza di qualunque situazione, dallo stage in azienda all’esperienza letteraria in aula, ma anche, perché no,  ad alimentare la “capacità di vestire di favola il mondo”.  (cfr. G. Petronio. op. cit, p. 60).