Ancora sulla poesia

Risposta a Samizdat

 in “Chichibio”, Rivista di  Didattica dell’Italiano, Palumbo –Palermo-, n° 5 anno I, novembre-dicembre 1999

A un articolo di Norma Stramucci (Chichibìo n. 2/3) ha replicato polemicamente Samizdat nel numero 4. Ospitiamo qui la risposta di Norma Stramucci a Samizdat.

   In Chichibìo n. 4 un indispettito professore, Samizdat, dice di non avere riconosciuto Calliope, Erato o Polimnia in quelle che definisce "Muse in deludente versione postmoderna". Ha fatto male a scartare l'ipotesi: la tossicodipendente italiana, le due timide testimoni di Geova, le varie profughe dell'Est, le tre colf filippine e le assistenti sociali della Caritas, erano proprio... le Muse! Le Muse bisogna riconoscerle. Ma questo è un precetto che vale solo per i poeti. Di noi professori è il compito -civile, insisto-, di fare (tra l'altro) intendere che: 1) per il poeta la poesia è solo in parte un dono, per lo più è lavoro, tecnica, è sporcarsi le mani nell'officina di Vulcano, direbbe Giuseppe Conte; 2) l'ispirazione altro non è che la disposizione ad accorgersi delle Muse: Calliope è la più reietta figura dell'hinterland milanese, il verso di un qualsiasi animale, e qualsiasi sentimento. Invocare le Muse significa solo fare attenzione alla realtà. I professori che intermediano tra un testo e uno studente, non possono ignorarlo. Se questa è "spiritualizzazione", ben venga.

   Dal tono del suo scritto emerge chiaramente che Samizdat considera le parole per il loro significato letterale, che non è capace di filtrare e mediare il mondo materiale attraverso l'allegoria (sia pure spicciola e scherzosa come la mia). Certamente non amerà il Fortini che in Questo muro scrive "Agli dei della mattina" e li invoca: "...O dei inesistenti, / proteggete l'idillio, vi prego...". Samizdat è acerrimamente contrario all'idillio! E se non riesce a riconoscere le Muse, come può accettare l'esistenza di dei inesistenti?

   Samizdat si dichiara povero insegnante in crisi. Lo ero anch'io: E' uno stato d'animo che ho superato quando mi sono resa conto: 1)che l'autocompianto, oltreché pietoso, è anche improduttivo; 2) che nonostante le storture burocratiche, i contratti insoddisfacenti, le frequenti delusioni, le incessanti difficoltà, quello che faccio è certo tra i lavori più belli del mondo. E' quello che più degli altri permette di provare a interagire con il pensiero di molti, con la pretesa di educarlo al valore della libertà, della storia, della pace, dell'uguaglianza politica e sociale, del rispetto per il diverso da sé e per se stesso, del ... bello. Oh, quanti valori! che sia una "incertissima equazione" anche quella di insegnante =educatore? O forse è preferibile lasciare che i giovani diventino adulti autonomamente in una lunga autogestione: via i professori e anche i genitori. A morte gli educatori?

   Ma salvati i poeti dalla Poesia e gli insegnanti dai Valori, potrebbe chiudere ogni scuola. Tolta all'insegnante la propria umanità, negatagli la possibilità, giacché non è un detentore di assolutezze, di crescere egli stesso per mezzo dei propri studenti, di conoscere meglio anche le proprie debolezze, davvero se ne potrebbe fare a meno. Sarebbe sufficiente Internet.

   Samizdat, così bravo a stravolgere ogni parola, -più che altro a non intenderla-, sarà ora pronto ad accusarmi di retorica. Lo faccia. In fondo è vero, io amo la vita anche in poesia: quando come in Montale è di negazione, di separazione tra essenza e esistenza o quando come in Luzi, mi suggerisce di cercare il "sorriso più profondo".

   Soprattutto del mio lavoro amo l'interrelazione con gli studenti: è con loro che non rinuncio, qualsiasi cosa ne pensi il prof. Samizdat, a porre domande di senso ai testi. Non trascuro, è bene che lo precisi, pena ulteriori fraintendimenti, l'analisi storico-filologica, una corretta parafrasi. Sono però convinta che mentre questi elementi forniscono il corpo del testo, sia per i ragazzi altrettanto importante conoscere di una lirica -ma pure di un testo in prosa- lo spirito, parola da cui Samizdat rifugge con accanimento. Per questo l'insegnante non può limitarsi alla sola trasmissione di contenuti; vorrà assumersi, cosciente di quanto possa essere impotente, la responsabilità etico-civile di costruire con i giovani una parvenza di significato, di avvicinare se stesso e gli studenti a un barlume, se pure questo è possibile, di conoscenza.

   "La Norma" non "vuole recuperare la parte più alta dello spirito umano". E come potrebbe? Ritiene però che se in un luogo essa mai si è manifestata, tale luogo è nelle arti. Non può pretendere né di creare lettori di poesia né buoni cittadini, ma non può negarsi che perlomeno nella scuola una formazione civica vada perseguita. O dovrebbe in aula dire soltanto: "Il mondo è questo. E' orrendo. Così sia"?