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Diamo il voto
ad Armellini
in in “Chichibìo”, Rivista
di Didattica dell’Italiano, Palumbo –Palermo-, n° 31 anno VII,
gennaio-febbraio 2005
Ligia alle direttive ho, negli
ultimi anni, corretto i saggi brevi dei miei studenti usando una griglia
suggerita da un ispettore scolastico; ma nella correzione dell’ultimo, non
tanto per un moto di rabbia, quanto soffrendo della limitatezza degli
indicatori, consapevole che nella loro pretesa valutativa non riuscivano a
considerare i testi nella loro essenza, sono tornata al vecchio, obsoleto,
giudizio. Insomma, non sono stata assolutamente scientifica e sarei dunque
suscettibile di rimproveri. Mi ha pertanto confortato leggere sul numero 30
di «Chichibìo» l’articolo di G. Armellini relativo alla valutazione.
Splendida la massima riportata alla
fine del suo scritto: «Ciò che veramente conta non può essere contato» (I.
Thompson). Non posso che augurarmi che ogni insegnante ne condivida il senso
tanto condivisibile da apparire persino ovvio. Ma come ogni verità semplice
nella sua esplicazione, tra le righe dell’articolo si nasconde una
competenza magistrale, una riflessione profonda non solo sulle teorie di
quelli che definisce «pedagogisti ministeriali», ma su tutta la storia di
coloro che si sono, proficuamente o meno, occupati dell’attività
dell’apprendimento e della sua relazione con quella dell’insegnamento.
Ecco dunque che al punto 1. si
attacca drasticamente il sistema scolastico che, come se nulla dall’ultimo
’800 a oggi fosse accaduto, si ancora alla tesi comportamentistica che, al
di là del dualismo classico psiche-corpo, considera la mente una scatola
nera nella quale non è possibile guardare. Nell’immagine deterministica
dell’apprendimento che ne consegue, la correttezza di una prestazione è
facile da valutare: deve solo corrispondere allo stimolo dato.
Il punto 2., nel quale Armellini
critica la necessità di scomporre un’azione valutativa in unità, rimanda al
pur superato elementismo strutturalista di Wundt, che presuppone di trattare
sperimentalmente fenomeni come le sensazioni (ma non fenomeni psichici
complessi come il linguaggio e la formazione dei concetti), e pretende
addirittura di non attribuire ai dati dell’esperienza significati o valori
derivati dalla cultura.
Le due asserzioni teoriche appena
accennate nulla considerano della soggettività dell’individuo, ma neanche
forse potrebbero, vista la temperie positivistica a cui si ispirano, durante
la quale Compte passa in rassegna tutto lo scibile ritenuto indiscusso e
valido dai metodi scientifici, e Morselli inventa addirittura il
craniometro, riducendo la dimensione dello spirito a quella del cranio. Ma
certo è a questo clima che ci si avvicina quando si avanzano pretese
valutative oggettive!
Più in sintonia
Armellini appare invece con la teoria della Gestalt là dove essa, sostenendo
una visione olistica, afferma che il tutto è più delle sue semplici parti,
che la globalità di un fenomeno non può essere spiegata ricorrendo solamente
all’unione dei suoi elementi.
Le riflessioni di Armellini
rimandano certamente agli studi di Vigotskij che pure riflette sul valore
della mediazione sociale e sugli strumenti culturali che sottostanno a ogni
sviluppo cognitivo, sostenendo in pratica quanto l’ideologia marxista aveva
già evidenziato auspicando un agire educativo libero da supporti
extrastorici e assoluti.
Non solo si è finalmente giunti
alla conclusione che quanto avviene nella mente dell’uomo è importante, ma
si ha anche la visione ecologista, nell’ambito del cognitivismo (ma certo
non quello di prima generazione, della famosa metafora mente-computer, che
pensa all’uomo come a un sistema di elaborazione delle informazioni) che
considera quanto in effetti noi insegnanti non possiamo misurare: tutto
l’insieme delle relazioni che gli esseri umani, e tali sono gli studenti e
gli insegnanti, intrattengono tra di loro e con l’ambiente. Si ha simpatia
per Bronfenbrenner che enfatizza quanto macrosistema, ecosistema e
microsistemi influiscano sulla soggettività. «L’unitarietà degli esseri
umani coinvolti nella relazione valutativa» sembra dunque a questo punto, un
concetto che dovrebbe da tutti essere condiviso!
Al punto 3., il binomio
obiettivi/prerequisiti che Armellini sottopone giustamente a critica, non
può non fare pensare al superamento della teoria stadiale di Piaget che
presuppone che lo sviluppo preceda e determini l’apprendimento. È un
superamento riscontrabile non solo in Vigotskij, ma già nel funzionalismo di
James e Dewey, evidentemente più consapevoli di chi, ancora oggi si affanna
nella verifica dei prerequisiti, nonostante anche con Garder il loro valore
appaia già messo in crisi, specialmente quando si vogliono stabilire i
raccordi tra i diversi ordini di scuola.
Nello stesso punto Armellini
sottolinea la ricerca di senso dalla quale non si dovrebbe prescindere,
accostandosi, con cautela a un approccio socioculturale, con fermezza a uno
ermeneutico, poiché quest’ultimo presuppone il coinvolgimento attivo dello
studente-soggetto esistente.
E infine, nel punto 4., parlando di
complessità, e quindi praticamente della non sintetizzabilità né del mondo
né del singolo studente, e della conseguente umiltà che tale epistemologia
dovrebbe suggerire, Armellini sottintende non solo la stessa ermeneutica,
quanto già Socrate che, consapevole del proprio non sapere, si dimostra
superiore alla presunta sapienza altrui.
Sono cosciente di non avere ancora
dichiarato esplicitamente lo scopo delle mie osservazioni, tra l’altro
alquanto parziali. Lo faccio ora: conservando ancora un certo grado di
ironia, nonostante il clima non di vita ma di sopravvivenza, denunciato da
F. Marchese (sempre nel numero 30 della rivista), mi sono chiesta: misuriamo
quanto delle teorie dell’apprendimento conosce (o esplicita) Armellini. Il
voto sarebbe bassissimo! Valutiamolo invece, e concediamogli persino la
lode! |