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L'importanza
didattica di una buona lettura. Elogio degli audiolibri
in “Chichibìo”, Rivista
di Didattica dell’Italiano, Palumbo –Palermo-,
n° 40 anno VIII, novembre-dicembre 2006
La formazione… che ci sveglia
Vantaggi, pregi, rischi e incoerenze
“forse abbiamo bisogno di qualcuno o di qualcosa che non
faccia addormentare i nostri dubbi, qualcosa che ci salvi dal rischio di
assopirci… di guardare il mondo da una sola angolazione… come se ci
limitassimo a guardarlo da una finestra.
Allora forse potremo capire che il precario equilibrio del
mondo racchiude in sé la possibilità di milioni di mondi differenti… come
ognuno di noi racchiude dentro di sé altrettanti differenti individui…
E quando avremo capito che nessuno di loro è un intruso,
allora riusciremo a guardare il mondo con gli occhi di qualcun altro.
E non ne avremo più paura.”
Dylan Dog, n. 233,
L’ospite sgradito
Ebbene lo
confesso! Alle mie letture “impegnate” mi capita di alternare questo fumetto
del quale mio figlio non perde un numero. La citazione che riporto credo mi
assolva per l’indubbia verità comunicata. In particolare, estrapolata dal
contesto e perché no, riferita alla professione docente se ne potrebbe
ricavare una vera morale. Non mi interessano qui gli ovvi, scontati legami
alle tematiche pirandelliane; piuttosto i nomi che il fumetto mi suggerisce
sono quelli di Walt Whitman che si domanda: “Io mi contraddico? Bene, allora
mi contraddico (sono vasto, contengo moltitudini)”; e di Edgar Morin che,
considerando sia che nella scuola gli apporti umani costituiscono un fattore
di complessità, sia che gli stili di lavoro risultano quanto mai eterogenei,
e che le singole motivazioni dipendono da dinamiche personali e
psico-sociali, parla dell’organizzazione scolastica come di “unità multiplex”.
Insomma
anche noi docenti siamo esseri individualmente complessi e complessivamente
diversi. Abbiamo costantemente la necessità di guardare il mondo da
“angolazioni diverse”, tante quante sono le teste (raramente, ahimé, ben
fatte) dei nostri studenti; abbiamo bisogno (ma questa è una mia
convinzione) non di gestire perfette tecniche docimologiche e relative
tabelle di valutazione, ma di costanti dubbi. Abbiamo bisogno di…
formazione! Di una formazione “che ci salvi dal rischio di assopirci” o
meglio ancora, che ci svegli, se assopiti ci siamo.
Accertata dunque dall’OCSE-PISA la scarsa preparazione dei
nostri studenti, il Ministero della Pubblica Istruzione, dell’Università e
della Ricerca, tra i tanti progetti volti a migliorare la nostra
professionalità, ne ha messi in campo due: Poseidon-Apprendimenti di base e
DiGi scuola. Il primo nasce direttamente da un obiettivo dichiarato nel 2000
dal Consiglio europeo di Lisbona secondo il quale “l’Unione europea deve,
entro il 2010, divenire l’economia della conoscenza più competitiva e
dinamica del mondo”, come risulta dalla presentazione del progetto da parte
del MIUR. Il secondo è rivolto esclusivamente alle regioni del Sud e,
rispetto al primo, ha tutor scelti direttamente dalle scuole e non proposti
dalle associazioni, e si fonda sull’uso della lavagna digitale, uno
strumento che mi è apparso una vera meraviglia. Fortunate le scuole del Sud
che ne hanno avute in dotazione e possono essere facilitate nel potere
“guardare il mondo con gli occhi di qualcun altro” ! Altro che i preziosi
gessetti dello splendido film Non uno di meno del regista … !
Innumerevoli le sue possibilità di uso, tanto da fami pensare, e per
carattere non sono assolutamente incline a facili entusiasmi, che a poterne
usufruire tutto il mio lavoro migliorerebbe. (Sorrido per la temerarietà dei
miei accostamenti: Dylan Dog rifiuta l’uso persino del cellulare!) Devo
comunque aggiungere che, esposti i vantaggi che apporterebbe l’avere a
disposizione una lavagna digitale, l’intelligenza che dirige la mia scuola
(che non è del Sud), si è dimostrata favorevole all’acquisto.
Ma, ribadisco, anche il progetto DiGi, come tanti altri, rischia
di essere vissuto da molti solo come una ulteriore intromissione nel proprio
modo di intendere la didattica, come uno strumento da fingere di prendere in
considerazione per poi alla fine non cambiare nulla. Da qui l’importanza che
riveste la figura del tutor che dovrà guidare anche alla elaborazione di
progetti che dovranno tramutarsi effettivamente in realtà nelle aule dal
prossimo settembre.
Voglio dunque con ottimismo interpretare entrambi i progetti
come una strategia di sviluppo fondata sul governo e sulla gestione della
motivazione delle risorse umane. L’idea che gli insegnanti abbiano
competenze acquisite una volta per tutte, è infatti ormai tramontata,
lasciando spazio all’altra che vede un apprendimento degli studenti tanto
più significativo quanto più promosso da risorse professionali anch’esse in
apprendimento continuo. Ma, tanto per manifestare qualche dubbio, i due
progetti non riusciranno nel loro intento se, in primo luogo, i dirigenti
scolastici non assolveranno le funzioni esplicitamente loro richieste:
1)favorire un ambiente nel quale le risorse umane siano davvero valorizzate,
fattore indispensabile per ottenere soddisfatta non tanto qualunque
richiesta di impegno supplementare, quanto la disponibilità, molto più
difficile da conseguire, a cambiare il proprio modello mentale qualora ciò
sia necessario per mettere in atto un cambiamento; 2) contrastare l’inerzia
cognitiva qualora questa si manifesti.
Ai
dirigenti spetta in pratica, il medesimo compito che gli insegnanti
dovrebbero assumersi nei confronti degli studenti: stimolare la voglia di
apprendere. Non è facile per nessuno, e quindi neppure per i d.s., operare
sul modello mentale delle persone al fine di raggiungere determinati
obiettivi, ma il loro compito sarà semplificato se agli insegnanti che
devono farsi carico di responsabilità progettuali, saranno prospettati
tornaconti premianti, in termini sia di prestigio personale sia di vantaggi
economici.
Ebbene, entrambi gli elementi sono pressoché assenti per la
quasi totalità delle persone attualmente impegnate nel Poseidon, quelle che,
a loro volta formate fino a oggi, a settembre p.v. saranno i primi tutor:
ognuna di loro ha finora lavorato per il puro amore del lavoro; non
so come altrimenti definire il corposo impegno nella produzione di propri
materiali, la disponibilità a spostamenti fisici a volte massacranti, la
disponibilità a mettersi in gioco nell’elaborazione di una didattica
collaborativa. Per molte tra loro (non per me, comunque) l’assentarsi da
scuola per gli incontri in presenza è stato addirittura interpretato come
una generosa concessione del preside.
Il DiGi
scuola ha invece promesso un contratto con esplicitato il relativo compenso
economico. Personalmente mi ritengo di sicuro onorata
dall’essere stata scelta come tutor in entrambi i progetti ma sono
estremamente sconcertata dal fatto che questo ruolo di tutoraggio non abbia
alcuna validità giuridica. Nessuno tra i tutor, per essere chiara, potrà
avvalersi della attività prestata se per es. vorrà presentare una semplice
domanda di trasferimento; eppure è chiaro che questa funzione presuppone
competenze (nonché conoscenze,-anche informatiche) che non tutti i docenti
posseggono. Rifiutata da parte del Ministero la possibilità di riconoscerci
con il nome di formatori, figura giuridicamente esistente, in pratica
non ci resta che continuare un lavoro per il piacere di farlo e, se vogliamo
acquisire un punteggio utile al fine della carriera, cercare di essere
funzioni strumentali o di fare parte del Consiglio di Istituto. Incarichi
nobili, indubbiamente, ma perlomeno quanto l’attività di formazione che ci è
richiesta senza la coerenza di definirla tale.
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