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Caro ragazzo,
tu mi ricorderai.
E io penserò spesso a te, ai tuoi compagni, a questa
istituzione che ha nome scuola, in cui credo, a cui ho
dedicato una parte fondamentale della mia vita.
Tu oggi mi respingi. Per te sono un’aliena. Il mio mondo non
è il tuo. |

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All’inizio dell’anno, a settembre, ho conosciuto la tua
timidezza.
Io, da ragazzina, sono stata timida. Ma io e te non ci
assomigliamo. Tu non abbassi gli occhi, non arrossisci.
Apparentemente hai più coraggio, perché ridi. Ma il tuo riso
non è forte, non è sincero.
Sei prepotente, a volte anche vile. Ridi del tuo compagno
più debole, di lui che, per fortuna, arrossisce ancora. E’
così che nascondi, e prima che agli altri a te stesso, la
tua debolezza.
Sei prepotente, e vile. Ma non è colpa
tua. |
la timidezza |
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Il diritto |
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Quando c’è stato il ’68 io ero piccola e tu non eri nato.
Quella rivoluzione ti ha dato la scuola dei tuoi diritti. Ma
tu non ne sai nulla.
I diritti per te sono una cosa scontata.
Vorresti persino il diritto di restare un ignorante, e oggi
ce l’hai con me perché non voglio permettertelo.
Di mattina ti alzi all’ultimo momento e ti prendi il diritto
di arrivare tardi. Se hai troppo sonno, a scuola non vieni.
Ti prendi il diritto di dormire. Se per una verifica non sei
pronto, ti prendi il diritto di rifugiarti in un bar, di
sottrarti all’impegno. Non fa nulla, per te, dal momento che
hai il diritto di essere giustificato. |
di essere giustificato |
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Ti hanno abituato avere tutto: la bicicletta prima, il
motorino dopo, insieme alle sigarette. Il tuo modo di
guidare e fumare ti fa sentire grande. Il motorino lo usi in
continuazione. Non fai un passo, senza.
Ti annoierebbe la storia di chi, per andare a scuola, si è
dovuto procurare una pila, per vederci di notte, un
gavettino per mangiarci una minestra, e stivaloni di gomma
per non bagnare i piedi nella neve, in un tragitto
quotidiano di due ore, da percorrere con la paura delle
vipere.
Ma anche con il motorino i libri ti pesano, e
il tuo zaino è, praticamente sempre, semivuoto. |
di non camminare
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Nelle poche volte che ho visto i tuoi libri ne ho
constatato le condizioni pietose. Qualche volta li hai
tirati. Qualche pagina l’hai stracciata. Se li hai aperti è
stato per scarabocchiarli, così come hai fatto sul muro a
mattoni della facciata di scuola, scrivendoci una frase
sconcia con una bomboletta spray di colore verde. Lo so che
sei stato tu.
Ti voglio raccontare la storia di Lara. Non sbuffare, ti
prego.
Lara era una ragazzina di ventidue anni fa. Veniva a scuola
all’alba, scappando di casa, perché il padre non voleva. Era
trasandata e poco pulita. Non doveva fare rumore, uscendo di
casa. Tornando, il padre la picchiava, perché gli aveva
disubbidito. Interrogata sulla ragione dei propri lividi,
rispondeva di essere caduta, di avere sbattuto…
Una mattina non ce l’ha più fatta e ha raccontato: studiava
di nascosto, al bagno. Il padre l’ha scoperta e le ha
bruciato quei pochi libri che aveva. Da quel giorno al padre
è stata tolta, naturalmente.
E a scuola, da allora, è venuta pulita, ordinata. Nel suo
zaino stracolmo nessun libro è mai mancato. |
di sbuffare |
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Il tuo zaino non contiene neppure la merenda. Tanto la
compri. E le carte, insieme a una lattina vuota, a un paio
di fazzoletti sporchi, a qualche foglio appallottolato, le
lasci sotto al banco. Hai il diritto che qualcuno te lo
pulisca. |
di essere pulito
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Ti ho chiesto come trascorri i pomeriggi. In che modo
impieghi il tuo tempo. “Scappo”. Mi hai risposto. “Scappo”
nel tuo gergo significa “esco”. Ma hai proprio ragione. Tu
scappi. Da te stesso. E non ci riesci. Per questo sei sempre
scontento. “Sto con gli amici”. “E poi?” “Poi niente”. “E
dopo cena?” Dopo cena riesci e non torni a casa prima
dell’una.
I tuoi genitori, mi domando, che pensano. E’ normale per
loro che tu stia sempre in giro? Io non li conosco, non li
ho mai visti, nemmeno ai colloqui. Quando ho telefonato a
casa tua per avvertire che a scuola non c’eri o che avevo
bisogno di parlare con loro, tua madre mi è sembrata
scocciata. E non è venuta. Così non fai nulla: scappi. |
di non fare nulla |
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Se tu fossi malato, se avessi bisogno di un costosissimo
intervento chirurgico, i tuoi genitori si rovinerebbero, pur
di salvarti. Tua madre non abbandonerebbe, né di notte né di
giorno, il suo posto accanto a te.
La salute del tuo corpo le sta molto a cuore.
Io sono invece il medico della tua mente, e di questa non le
importa. Sei sano, per lei. |
di essere sano |
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Io ti guardo spesso. E ti ascolto. O meglio ascolto quello
che non sei capace di dire. Le tue parole pronunciate non
sono le parole del tuo cuore. Ma non lo sai. L’altro giorno
al bidello che ti ha chiesto: “Ma tu, a scuola, che ci vieni
a fare?” hai risposto: “Hai ragione, ‘sta scola è ‘na
merda”.
Allora sono intervenuta, e ti ho raccontato di Lucio,
che per te, in un altro mondo, aveva trentasei mucche
nella stalla. Per lui “merda” era lavoro. E certo
preferiva la scuola. Tu non hai mai pulito la merda.
E nessuno lo pretenderebbe da te. Vorrei solo che tu,
proprio tu, “merda” non sia.
Le
tue parole però della merda hanno il puzzo. Ti sento,
a ricreazione, quando bestemmi. |
di essere merda |
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Pensi di parlare in dialetto. Non è vero. Ogni dialetto è
una lingua degna. La tua lingua non ubbidisce a nessuna
regola. La tua lingua non è tale.
Il c . .
. o lo metti dappertutto. Il c . . . o ogni tre
parole ti risparmia la fatica di dovere concepire le parole.
Non sai pronunciare le parole perché non sai concepire
pensieri complessi.
Ti arroghi il diritto di dire c . . . o ledendo la
mia libertà di non volere sentire volgarità. Per me sei una
sorta di inquinamento acustico. Ma anche di questo, la colpa
non è tua. Non ti hanno insegnato né a parlare né a
scrivere.
So che ti senti offeso. Ma è la verità: tu non sai parlare.
E non sai pensare. |
di dire c. . . o |
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