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L’oro
unto, Tracce, Pescara 1995, è
la prima pubblicazione di Norma Stramucci. Vi è, al centro
dell’ispirazione, una poesia delle piccole cose, il cui mondo è a
volte la cucina e le cui metafore rientrano spesso nella stessa area
semantica. Il tono è di frequente pessimistico e la tristezza è una
sorta di velo che si stende sopra ai versi, volutamente antilirici,
quasi prosastici a volte, in cui sembrano non trovare posto le figure di
suono. Oltre a ciò, la caratteristica di questa scrittura, e insieme la
sua forza, è nella chiusa in cui si addensa il senso del componimento,
di solito icastica ed epigrammatica. E’ una poesia che si muove
silenziosa, inosservata e, quasi, sotterranea per poi risolversi,
scoprirsi e vivere nel finale. E’ inoltre una poesia di pensiero, di
riflessione, lontana dai moti del cuore; in essa viene tagliato via
tutto ciò che è superfluo; tutto viene ridotto all’essenziale, per
cui la scrittura ne risulta
piacevolmente asciutta e misurata.
La
seconda silloge, Erica, Manni,
Lecce, 2000, fa subito pensare, a una prima lettura, che in essa si è
perso non poco dello stile prosastico della precedente; formalmente,
difatti, i componimenti di Erica
si avvicinano di più alle caratteristiche stilistiche del genere
poetico: vi sono assonanze, enjambements, allitterazioni; rare sono le
rime e poste con riservatezza e cautela nel corpo dei versi. Il ritmo
che alcuni di questi possiedono è un ritmo pressoché ignoto o
sconosciuto a quelli de L’oro
unto. Il mondo dell’ispirazione sembra essersi allargato e a
testimoniarlo sono le stesse parole utilizzate, i colori con cui sono
dipinti i quadri. Vi sono vocaboli appartenenti a civiltà e culture
distanti dalle nostre, riferimenti a miti di altri paesi. Si assiste
parallelamente alla perdita di quello stile precedente basato sulla
chiusa epigrammatica per approdare a un altro tipo di orientamento e di
poesia, sempre attuale, caratterizzato da un’apparente facilità di
scrittura e di senso; “apparente”, perché in realtà i contenuti si
prestano a ulteriori indagini e approfondimenti, come testimoniano i
vari simboli e la densità di immagini che caratterizzano alcuni
componimenti. Sono gli oggetti che, nella loro apparente, normale e
banale realtà, quasi scontata, si caricano di significati “altri”,
di messaggi nascosti, di “corrispondenze”. Se così non fosse non
avrebbero potuto trovare spazio i miti (dell’Africa, della classicità,
dell’India). Vi sono, più che nel precedente libro, immagini felici e
squisitamente poetiche (il “sole” come “piccola anguilla
sottile” di pag. 21 o la metafora del fuoco di pag. 45); c’è
insomma, una maggiore libertà sintattico-versificatoria e maggiore è
l’orizzonte dell’ispirazione.
L’ultimo
libro pubblicato è Del celeste
confine, Manni, Lecce, 2003. Anche in questa opera, come nella
precedente, non mancano immagini di indubbia genuinità poetica
(“sembra nasconda foglie rosse d’autunno / oppure un bosco fresco
d’estate e di pioggia”, I). Il II capitolo, o canto, del romanzo in
versi o della fiaba allegorica (varie possono essere le definizioni del
genere letterario a cui appartiene la silloge) sembra una litania a
causa del verso “Lode al Lamor…” più volte ripetuto. Si parla di
tanto in tanto di Recanati e di un misterioso “maestro dei colori”;
i simboli si infittiscono, si passa a vere e proprie allegorie in modo
che nulla vieta al lettore di sentire rievocato, dietro l’immagine
dell’uccello Eutimio, il grande Recanatese, Leopardi in persona. Il
III canto offre immagini –per il loro carattere surreale- degne della
più stravagante (si usa l’aggettivo in senso etimologico) tela di
Bosch; all’inquietudine che provocano spesso i quadri di questo
pittore si è qui ricondotti per una diversa via, un diverso motivo:
quello per cui in tutta l’opera i bambini maschi sono costretti a
morire. Molto bello è l’incipit del VI: “Muore il giorno nella
sera…”. La morte, d’altronde, è un’ombra e allo stesso tempo
una presenza che sinistra aleggia sempre e ovunque fino a quando
s’impone il riscatto, la conquista e la vittoria finale: il potere del
canto, e quindi della poesia, sconfigge il male, l’aridità, la morte,
la Hùtama
… Il X è il canto della terminologia scientifica; esso risulta
interessante sul piano del lessico e della riuscita e della novità: non
era facile scrivere di “elettroni” e di “ioni” in armonia con lo
spirito dell’opera, ma il capitolo in questione risulta omogeneo con
il resto di essa. Il XIV è il canto della terminologia musicale (“il
liuto, il sistro, il litofago, il monocordo, il dulcimero”). Tutta
l’opera, infine, è il resoconto di un viaggio che i protagonisti
fanno, scortati dal “maestro dei colori”, degli incontri con le
varie creature del mondo fantastico evocato, e dei dialoghi che con esse
si sviluppano; è il mondo dell’irrealtà, del sogno, la cui chiave di
lettura si trova nel canto conclusivo, e precisamente nella figura del
“maestro dei colori” intento a radunare gli appunti presi in itinere (“Il suo
concetto armonico implica infatti la conoscenza e l’applicazione /
della precisa struttura metrica e sintattica… / dell’oniricità”),
per cercare di dar vita e di forgiare un canto e un linguaggio che siano
nuovi.
Maurizio Marota
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