Nota di Massimo Raffaeli

Parole in proposito

 

 

 

L'ORO UNTO

 

 

 

 

 

Il verme all'esca si arrotonda

come una parentesi che apre

la gola di un merluzzo e gli chiude la vita.

(Ci penso mentre gli tolgo la lisca

profumata al prezzemolo e all'aglio.)

 

 

 

 

 

            Quando voglio sgranchire le gambe gonfie

            di tanti passi uguali me ne vado a passeggiare

            nel cielo quieto e scialbo e grande

            come l'amava Baal.

 

 

 

 

 

In fondo alla padella grande

che sporca i miei fornelli e cuoce il pesce

mi sfrigola la mente. E come una sogliola muoio

quasi fossi al mondo uno spino di troppo.

 

 

 

 

 

            Sono morti i laghetti di Pilato.

            Chi li ha visti mi comprende. Il creato finisce.

 

 

 

 

 

Non so se l'ho inventato oppure è vero che siamo

un pugno di mosche sul miele, tranquille.

 

 

 

 

 

            Non c'è Clermount, e neppure il Sevres:

            per me c'è solo la zona Addolorata

            ventosa: i panni che si asciugano presto.

 

 

 

 

 

E' un velo di tulle il manto della vita

dolce quanto quello

di una sposa che si spoglia.

E tutto è bianco ciò che non dura.

 

 

 

 

 

            Mi sono padre e madre io che non manco

            solo a me stessa. Vorrei credere invece

            sia un pascolo la vita, e che

            al latte suo ritorna ogni capretta.

 

 

 

 

 

"Perché non ho il divino ardore?"

Si piange addosso la donna che lava i piatti

e guarda ogni tanto la copertina rossa

dei Tre dialoghi di Valery.

 

 

 

 

 

        Un giorno appena sveglia ho visto

        la vita come un mare, e nessuno a camminarci.

        La voglia di restare un po' sopra le cose

        mi ci aveva condotta. Come un gabbiano

        che sa fermarsi a pelo d'acqua

        e rimanere asciutto, ogni tanto.

 

 

 

 

 

Non so bene quanto accade al largo di Dubai.

In fondo è solo un pezzo di mare, la brama

dietro le sbarre sull'acqua, e un pescecane pure

ci sbatte il muso e muore. Come il topo

che ho trovato in cantina tra le scatole di scarpe

fuori stagione.

 

 

 

 

 

            Dicono che la mano di ognuno

            sia il cuore, un pugno. Il mio

            tiene stretta la sua vita:

            un mucchietto di cosa

            che brilla come l'oro unto. 

 

 

 

 

 

La cosa peggiore è sentirsi la testa vuota.

Per riempirla, di me ho contato

minuto per minuto

i morti, le grida, le doglie.

 

 

 

 

 

        Con il sole che mi scivola in pancia ogni sera

        gioco a farti le ombre, figlia mia.

 

 

 

 

 

Dopo avere fatto la merenda all'aria aperta

la mia bambina calpesta

le formichine grasse da una parte,

le più grasse dall'altra.

 

 

 

 

 

            Come avessi la ghiaia sotto ai denti, sputo

            e non finisce mai.

 

 

 

 

 

Mi squaglio come la margarina sul gas

e non perché fa caldo. Però mi succede

di ripensare ai morti,

un piatto denso adesso di amori e pianti.

Così, come la vita fosse una cucina.

 

 

 

 

 

            Non c'è niente di rosso sul mio pavimento,

            eppure in ogni stanza a piedi nudi inciampo

            in un vetro di bottiglia che non brilla,

            e taglia.

 

 

 

 

 

Io, la femmina dell'asino, senza speranza

che Iside la dea mi compianga.

 

 

 

 

 

        Mi ricordo di quando ti rubavo il maglione

        e ci dormivo come ad una bambola accanto,

        nel letto di ragazza.

        Oggi, il capo sul braccio di me che dormiveglio

        una bambina vera mi fa lo stesso effetto.

 

 

 

 

 

E' un cielo bizzarro questo che vedo

in una nuvola a forma di Dio.

 

 

 

 

 

            A cena va la bottiglia di vino

            rosso frizzante in frantumi.

            Il dramma è per me, che non mi basta l'acqua

            e cerco come una dannata

            le bollicine perse sulla tovaglia.

 

 

 

 

 

Appiccicato come una ventosa al suo ricordo

dirà di me il mio fantasma: "Lo the fai dead!

Sempre dò l'acqua alla tua edera folta."

 

 

 

 

 

            Due mosche si accoppiavano sul vetro

            (tra la luce e me altro era il loro abbaglio).

            Buttarle via mi sembrò una cosa giusta,

            ma dentro al secchio dei rifiuti

            per qualche istante sono rimasta chiusa.

 

 

 

 

 

Adesso che sono una giumenta grassa

legata ogni mattina al carro da trainare

sbatto i fianchi quando passo

per la porta che è stretta

di queste quattro mura

dove mi guardo dal buco della chiave,

e non ho scampo.

 

 

 

 

 

            E' l'erba del mio paese che non si vede

            oggi che pure c'è da stare contenti:

            i passeri hanno trovato la ciotola del cane,

            sulla neve.

 

 

 

 

 

Per la strada mi trovo a guardare

come fosse niente,

un punto dove una volta mi dicevo

che bello sarebbe,

se qui sotto ci fosse il mare!

Ed eccomi all'istante una spatriata,

una turista perduta.

 

 

 

 

 

            Ci sia il buio intorno al mio bambino

            che se ne sta nel mondo

            come un pipistrello a mezzogiorno.

 

 

 

 

 

C'era un brincello di tempo davanti casa:

i funghetti prataioli che durano solo un giorno.

Ed il giardino (mi pare) un'ora cruccia e duole,

poi torna, e niente è stato, come prima.

 

 

 

 

 

            Il mio Dio è come un brodo,

            me lo aggiusto un momento

            di odori e di sale.

 

 

 

 

 

Credevo di avere trovato the cry of quail

ed invece era il grido della mia pancia vuota.

(Così mi sazio di formaggio e penso

che avrei preferito il silenzio).

 

 

 

 

 

            Non era solo un monumento

            la Madonnina di Loreto lucente se volevo

            figurarmi il Paradiso mangiandomi le unghie.

            Ma adesso se mi chiedo: "Esiste un Paradiso?"

            mi viene in mente solo il giglio di S. Bruno

            fiorito a maggio e giugno.

 

 

 

 

 

Le mie cose del tempo:

tazzine a ghirigori d'oro e pizzi di angeli cantanti.

Ed io, che sul pane di ieri mi riaddormento.

 

 

 

 

 

            Quando di notte mi manchi

            ce l'hanno tutti con me, i fantasmi.

 

 

 

 

 

Per durare in questo mondo dove

tutto gira e rigira, c'è solo una vita

e quasi sempre non basta. Tanti ne vedo

corrersi appresso e fare finta

di essere ancora al punto di partenza.

 

 

 

 

 

           Lasciavano gli alberi uno spiraglio

           ed io guardavo dove finisce il cielo. Poi hanno

           sbattuto una porta, ed il rumore ha spaventato

           il mio cuore di giovane volpe.

 

 

 

 

 

Dal cielo pare che un sasso

mi stia cadendo in testa.

Invece è solo una nuvola inquieta

di essere brutta e grigia,

che muta e si disfa.

 

 

 

 

 

            Come una cornacchia senza fiato

            piango sopra agli alberelli miei

            perché comincia a fare sangue, qualche foglia

            in questo altro inverno che si affaccia.

 

 

 

 

 

Ahi ragazzina,

i tuoi pensieri agli altri sembrano strani.

Ti vedo invece sapere tanto bene

che come i ciechi senza cani

passiamo tutti sulle strisce pedonali.

 

 

 

 

 

        Soltanto perché questa sera piove,

        il cuore in trambusto mi salta come un rospo

        in mezzo ad un mucchio di foglie marcescenti.  

 

 

 

 

 

Una biscia in giardino si è infilata in un buco

che ho immediatamente chiuso.

E se si attaccherà troppo alla calce

avrò sotto la casa, per sempre stampata

la sua effigie.

 

 

 

 

 

            Non posso stendere un velo sul grillo

            tondo e tozzo che mi cammina in testa

            senza veste oltre

            alle due ali a ventaglio che stride.

 

 

 

 

 

Vedo il cielo nel lavandino

fra i nuvoli del detersivo.

E' il solo posto dove

io che non ho nemmeno un pozzo e uno stagno,

ho potuto mettere la luna.

E scivola la mano

sul panno che voglio bianco.

 

 

 

 

 

            Forse perché faceva troppo conto

            sull'infinità della parete bianca

            non ha visto l'ombra

            della mia mano armata.

 

 

 

 

 

Il mondo si sposta, invece di girare

solo su se stesso. Noi che non vogliamo

in nessun modo andargli dietro

facciamo come la farfalla ancora pazza

attorno ad una lampadina spenta.

 

 

 

 

 

            E' uno strano tramonto quello di questa sera:

            nuvolacci neri e stretto in mezzo

            un rosso vivo rimasuglio di sole.

            Più in là, una stella in agguato

            come un'improvvisa banchisa di ghiaccio.

 

 

 

 

 

L'inverno tutto intorno

mi copre all'aria: una pietra

sugli occhi che affonda

il mio pianto da sempre trattenuto.

 

 

 

 

 

            Un piccione mi sporca

            dietro ai cavalli finti di S. Marco

            e dico che è stato un cormorano

            a sbattermi in faccia l'uovo azzurro.

 

 

 

 

 

Sarebbe bello trattarci come gli strofinacci

che lavi, lavi

e vengono puliti.

 

 

 

 

 

            Guardo le mie finestre prive di tende e penso

            che avrei voluto fare compagnia

            ad Igitur quando è stato minacciato

            dal supplizio di essere eterno.

 

 

 

 

Sarà pure scoppiato qualcosa che ha fatto

il vuoto che è finito sul mio pezzo di gruviera,

un buco dove metto la testa quando voglio

pensare all'aldilà.

 

 

 

 

 

            Spesso mi piego al vento delle ali

            di un insetto. E accade allora

            che non so più se sono

            così pesante e grande,

            guardando occhi negli occhi il cielo a dieci

            centimetri da terra.

 

 

 

 

 

Con una grata di rami spinosi

e vetri ho ricoperto un vaso.

Ma non c'è il sangue mai

del gatto che ogni notte sgaruffa la terra

e attenta alla vita del mio fiore.

 

 

 

 

 

            E pisto come un'oca i piedi larghi

            sui miei pensieri che il vento

            uguali a foglie disperde per la via.

 

 

 

 

 

Prima del sonno avviene

che spoglio la vita

di schiuma, oro e tempesta.

Panni spiegati, alla balia dei flutti

nella tellina poggiata sul comodino.

 

 

 

 

 

            Di lui vorrei dimenticare tutto.

            E per caso incontrarlo, nei campi

            persa cercando l'erba di San Giovanni.

 

 

 

 

 

Quando è mattina, una per una

svaniscono le stelle:

a guardare bene vedresti

l'ultima nella mia tazza di latte,

lago tranquillo di porcellana sbiadito.

 

 

 

 

 

            Figlio mio ti presto

            la bicicletta di Graziella,

            accesa di rose.

            Montaci in sella, e frena più che puoi

            giù per la salita.

 

 

 

 

 

Col gioco delle mani

Vishnu potesse, come un altro mondo,

rimettere a nuovo

tutta la mia testa.

 

 

 

 

 

            Forse perché mancava

            questa notte la luna

            non ha funzionato

            l'inerzia della rosa:

            sulla spina è rimasta

            affissa come foglia,

            un'ala (bianca e nera)

            di farfalla aporia.

 

 

 

 

 

Con l'acqua che scorre

quanto posso violenta

su loro e sulle mie mani sporche

cavo gli occhi

delle trote che vedo, a lungo

hanno pianto il mare.

 

 

 

 

 

            Con l'antenna occipitale

            di una lumaca in testa,

            molle di pioggia come una foglia,

            vado incontro alla lucerna che cerca

            qualcosa in mezzo all'erba.

 

 

 

 

 

Nel mio doppiomento

(gobba di cammello),

c'è tutto quanto fa comodo al mondo:

la neve a Betlemme,

in cielo i morti e Dio.

 

 

 

 

 

            E già il mondo si procura

            di starle appresso: bimba

            dagli occhi grani di cielo

            e ciglia grandi di canne, bionde.

 

 

 

 

 

Sì mia cara, sarai secca:

sterpaglia in mezzo

all'erba grassa.

 

 

 

 

 

            Tempo ancora concede

            il vento di San Pietro

            al lauro rinsecchito.

            La mia betulla invece

            stamane ha perso un metro della punta.

 

 

 

 

 

Incontrassi Perseo!

Almeno dalla testa mia recisa

si farebbe corallo, a goccia a goccia

il sangue. E smetterei di muggire.

 

 

 

 

 

            Basta una mano

            davanti agli occhi

            per non vedere più niente del cielo.

            Dio me la taglia,

            ed io ci metto l'altra.

 

 

 

 

 

Senti, l'uccello che non sa cantare:

la tortora, dal grido uguale e stanco.

Vedi, i suoi tarsi nudi

in mezzo alla lattuga.

Soffri, di lei la voce e i passi.

 

 

 

 

 

 

OLIO DI SESAMO

 

 

 

 

 

Fa venire la voglia di aggrappare la gola

agli acini dell'uva turca

il cielo senza un colore.

 

 

 

 

 

            Dammi da bere un latte coagulato senza sale

            e da mangiare

            infiorescenze verdastre, semi di cereali

            destinati alle bestie.

            Dammi da stare tripodi di cemento armato.

            Ma non levarmi mai

            l'odore del gelsomino sotto al naso.

 

 

 

 

 

S'intona al pallore del viso

l'artiglio molle col quale nemmeno è capace

di levare dai bozzoli le bave di seta.

 

 

 

 

 

        Oggi, l'upupa piange in cantina.

        (Ilaria piange). E intanto cambia il cielo

        ma non ci pensa al buio la schiuma dei suoi occhi

        franta sull'alto scoglio: un gradino.

 

 

 

 

 

Mentre la piazza diventa scura

solo fanno luce

le iridescenze sul collo dei piccioni.

 

 

 

 

 

            Oh donna, se vuoi la pancia rossa

            e il seno di un verde brillante

            dai riflessi lucidi e gialli,

            datti in un amplesso

            alla vespa d'oro!

 

 

 

 

 

Come un giocatore all'attacco corre verso una base,

la prende e torna indietro, vai per me

-se tu mi ami-, nelle foreste dell'Himalaya

a cogliere il lofoforo maschio

dal ciuffo sul capo e i colori splendenti.

 

 

 

 

 

        Dovrò cucirti un sottogonna per fartelo indossare

        insieme all'abito da sposa. E inamidandolo userò

        graniglia di zucchero ed acqua di fontana:

        non voglio per te l'appretto del supermercato.

 

 

 

 

 

Come di nacchere è il suono di chi bussa alla porta:

un sonaglio che invita a bere sangria.

Apro e non vedo al collo della donna

il crotalo sotto la mantilla.

 

 

 

 

 

            A San Giuseppe voglio andare a Valenza

            in mezzo a danze, a canti e luminarie

            a bruciare di notte quei pensieri che sono

            diventati da tempo pupazzi di legno.

 

 

 

 

 

E nel giardino non ti vedo

il venditore d'acqua a Marrakech?

Casa mi diventa il palazzo color ocra

del pascià, e la testa mi si perde

nel dedalo dei souk.

 

 

 

 

 

            Le pelli di  bisonte ricoprono i pali

            che tengono in piedi la mia tenda

            all'angolo della prateria,

            dove un filo d'erba a sera buca il sole

            ed altri gonfiano ad una ad una le stelle.

 

 

 

 

 

Vado a caccia di foche remando nel mio kayak.

Non voglio il loro grasso, gli intestini e il sangue,

ma i loro occhi grandi per avere uno sguardo appeso

ad ogni vestito del mio guardaroba.

 

 

 

 

 

            Felice la fanciulla che ha sposato

            il berbero che a lei reinventa a una e mille

            le storie della notte.

 

 

 

 

 

Ad ago, col filo ritorto di seta d'oro

ho fatto ad arte il nastro

che lega lo scudo al collo del cavaliere.

E' venuto alla torre, una volta, al tramonto,

a spegnere tutte le fiamme del drago.

 

 

 

 

 

     Bevendo a garganella, gloglotti come un tacchino.

     Quindi amore mio ti preparo il vestito per domani:

     una bronzea livrea con riflessi verde-aurati.

 

 

 

 

 

Dall'antiquario cerco un canapé.

Me lo fanno vedere disegnato

con una rosa al centro bottonata e senza gambo

che non manda un odore neanche se

sopra ci versi un fiume di essenza.

Il canapé lo voglio

dipinto con i grappoli dell'uva di Corinto

che a me dà gli stessi fumi del vino.

 

 

 

 

 

            Solo una stella è venuta stanotte:

            dall'anima di polvere nera

            s'è fatta luminello.

 

 

 

 

 

La tortora è un uccello che ama molto,

e tu compagna le assomigli: ami

tuo marito e ripeti

che senza di lui non andrai più

a porti in verde ramo,

a bere d'acqua chiara.

 

 

 

 

 

            Ti amo a tal punto: di giunchi marini

            adorna, conficcali come spini

            attorno alla tua vigna.

 

 

 

 

 

Io non vengo a fare il bagno

nelle acque basse e calde dell'Oceano Indiano

dove è sporco il sopracciglio del pesce

che non si lava con il detersivo.

 

 

 

 

 

            La mia bambina vorrebbe la sua casa

            all'odore di reseda e di genziana;

            ed io malvagia gliel'ho invasa

            con il lezzo che emana da una verza lessata.

 

 

 

 

 

Per condire in insalata la mia vita

uso i pomodori belli rossi, qualche cipolla bianca.

Sale e aceto, olio di sesamo.

 

 

 

 

 

            Giacché lo sconquassano gli starnuti,

            proprio non potrebbe

            vivere in mezzo alla steppa russa

            nell'isba fatta con le frasche,

            il mio povero uccellino allergico al miglio.

 

 

 

 

 

Ho visto un animale che a terra metteva

soltanto le dita. Se non fosse scappato

gli avrei trovato un guanto di iuta

per incartarlo come un pacco

da spedire a chi cucina

i carciofi alla giudia.

 

 

 

 

 

            Una striscia di tela finissima smerlata

            e ricamata, vorrei portasse al collo.

            Invece sfascia mamma un gomicciolo al giorno

            per farci una coperta sporca

            di resina d'abete.

 

 

 

 

 

Appare in cielo da marzo ad aprile

una stella chiamata vergilia.

Allora lo struzzo la vede:

lascia stare le uova,

si dimentica i figli.

In tutta la mia vita, di sicuro

non ho posto la mente in cielo ad una

stella.

 

 

 

 

 

           Te l'ho detto più volte di usare la lampara

           per andare a pescare. Tu hai voluto

           la luce al quarzo per abbronzarti intanto.

           Così al tuo funerale non so che sia il tuo corpo:

           smorzicchiato dai denti di una carpa,

           sbruciacchiato e non c'era

           neanche la luna.

 

 

 

 

 

Non rovinare amore, il tuo bel nome.

Non profanarlo come lo scarabeo sacro

che fa le palline di sterco e ci nutre le larve.

 

 

 

 

 

            Quando è freddo infilo una pelliccia fatta con le pelli

            degli agnelli di razza karakul.

            Ci vado a guardare le pareti di Susa

            smaltate a colori; ed Ahura Mazda

            nel silenzio, mi offre da fumare.

 

 

 

 

 

Aprirei una liquoreria specializzata

all'erba piperita. Andrei a mercanteggiare

in mezzo all'ultima generazione, a quella più vecchia

e l'altra che non è né carne né pesce,

per mettere tutti in quiescenza, in cambio del bere.

-Cin cin- diranno insieme a me, quando avrò fatto,

-allo stare da soli, alla scogliera, alla stella,

a qualunque cosa è valso

il bianco pensiero della nostra vela-.

Le blanc souci de notre toile.

 

 

 

 

 

            Come un asino selvatico, pigra e deformata

            raglio a tutta forza, se ho fame.

 

 

 

 

 

Mi hanno imbottito di antibiotici,

cortisone, ACTH e derivati

perché mi sono bruciata e la mia faccia adesso

puzza ancora di benzina.

 

 

 

 

 

            Questa giornata l'ho passata nella stia:

            mi sono ben bene ingrassata

            ed ora assomiglio a un bel pollastro

            che userò domani per il brodo.

 

 

 

 

 

Sono andata a raccogliere -per dormire meglio-,

le spighe panicolate della valeriana

(quella che i vecchi chiamano erba gatta).

Le ho messe in casa accanto all'orzo e il grano;

e l'olio ho bevuto delle radici.

 

 

 

 

 

          Quando avrai finito di essere un eroe

          mi vedrai grande, bionda e vigorosa: valchiria,

          per portarti da morto nel Valalla.

          E per ricordarti della vita, avrò con me

          di Wagner, Il vascello fantasma.

 

 

 

 

 

A oriente dell'Indo e ad occidente del Gange

poiché sono stanca vi sia

un servitore, un coolie a portare

tutto il succo rosso che ho trovato

a furia di recidere le cortecce della dracena.

 

 

 

 

 

            Come una fenice

            mi sono affastellata intorno il legno secco,

            ed arsa per riavere

            colore della cera e della rosa: angioletto.

 

 

 

 

 

Fai finta di dormire, e per un bacio

mi catturi. Dolce è la tua malizia!

Ma forse un poco assomigli alla volpe

che si camuffa da morta

e lusinga la preda.

 

 

 

 

 

            Sul pavimento della terrazza

            colore rosso-cremisi del ligustro,

            mi sento colpevole d'incanti

            e guardo ed amo la bouganville, l'ibiscus.

            Poi scivolo in autunno

            sulle verruche piatte dei licheni.

 

 

 

 

 

Vi porterò ai tropici, bambini

a prendere le piume dell'airone azzurro.

Le cucirò col filo bianco sui lenzuoli;

e sarete come la luna

quando succede che è avvolta

dalla luce bella del giorno.

 

 

 

 

 

            C'è un'erba che ricorda

            la gloria del Paradiso.

            In lungo e in largo vado

            calpestando il mio prato...

 

 

 

 

 

Oggi mi sento come l'aragosta

che ha fatto centomila uova.

 

 

 

 

 

            Mi sta dietro un ghepardo con gli occhi

            bendati dal cacciatore per essere eccitato.

            Io mi fermo e l'invito a mangiare con me

            ed il mio amico cerbiatto straniero

            l'elleboro al veleno.

 

 

 

 

 

Se faccio un altro figlio non sarò

la pianta che fa il fiore

e il frutto, solo una volta nella vita.

Ma se faccio un altro figlio diventerò

per me stessa un campo di sterminio.

 

 

 

 

 

            Quando in casa c'è tristezza e noia,

            come una naiade t'aspetto

            alle mie acque dolci;

            come una ninfa della montagna

            nella caverna dove canto e danzo.

            Come una vergine dei boschi

            sto da sola a filare

            i muschi in inverno.

 

 

 

 

 

Cresci in fretta bambino, per essermi amico

e potere indossare il mio collare

di piume sottili rosso-ciliegia:

che rifà nascere il fiato dopo una corsa

e ridà sempre la forza di spremersi il cervello.

 

 

 

 

 

            Forse è perché ho donato

            ad Afrodite i miei pochi capelli

            che il cielo per me

            stanotte ha tante stelle.

 

 

 

 

 

Come una cicogna che vuole fare le uova

per te ho rimesso l'ornamento nuziale.

 

 

 

 

 

            Non m'è successo mai

            di chiamare a me lo Spirito della Terra;

            o poi di volere fermo il tempo.

            Però nel mio giardino i Lemuri lo stesso

            mi scavano la fossa.

 

 

 

 

 

Non appoggiarti al mondo, bimbo mio.

Può accadere che come una balena

all'improvviso, se ne vada a fondo.

 

 

 

 

 

            L'avrei voluta fare dormire

            in mezzo ad una canapaia indiana,

            e invece la guardavo -e basta-

            morire arrabbiata.

 

 

 

 

 

In fondo non è vero ch'io cerchi le terre

sotto a un altro sole. Mi piace questo,

ma non sempre sento

da lui il carme delle feste di Bacco.

 

 

 

 

 

            L'altra mattina sono andata a Villa Colloredo

            da dove è stato liberato il cervo

            e non c'è più il ruscello del cigno.

            Non mi sono voltata

            a guardare la fanciulla di Téreo

            che cantava all'ombra del pioppo.

 

 

 

 

 

Voglio che ancora profumi la nostra stanza.

Quindi vieni con me

a raccogliere i fiori turchini del lino d'Olanda

con il quale è tessuto il mio lenzuolo di sposa.

 

 

 

 

 

            Mio adorato bambino, penso per te alla vita.

            Vorrei la facessi come un appartamento:

            prima lo misuri ben bene a metri quadri;

            e poi ci metti dentro il tuo volere essere

            emozionato: da un sogno, o da un insetto.

 

 

 

 

 

Quando vengo a baciarti e hai sete di notte,

apro le persiane, e nel bicchiere ti verso

una stella aranciata.

 

 

 

 

 

            Nonostante le tempeste dell'Egeo

            e la mia barca abbia solo due remi,

            io vado a comprare

            a Cipro i miei recipienti di rame

            e a Tiro la legna che mi scalda la casa.

 

 

 

 

 

Ho fatto ancora il sogno:

in fronte la fausta stella

ti venivo incontro da sposa;

ed Espero a te, che porta desideri ai mariti.

 

 

 

 

 

         Io sono come la tortora domestica

         che mangia l'insalata dentro casa;

         e pure assomiglio a quell'altra straniera

         che quando cambia il tempo

         e spaventa il tuono

         che fa partorire le cerve e spoglia le foreste

         se ne vola fino a sotto il tropico del Capricorno.