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L'ORO UNTO
Il verme all'esca si arrotonda come una parentesi che apre la gola di un merluzzo e gli chiude la vita. (Ci penso mentre gli tolgo la lisca profumata al prezzemolo e all'aglio.)
Quando voglio sgranchire le gambe gonfie di tanti passi uguali me ne vado a passeggiare nel cielo quieto e scialbo e grande come l'amava Baal.
In fondo alla padella grande che sporca i miei fornelli e cuoce il pesce mi sfrigola la mente. E come una sogliola muoio quasi fossi al mondo uno spino di troppo.
Sono morti i laghetti di Pilato. Chi li ha visti mi comprende. Il creato finisce.
Non so se l'ho inventato oppure è vero che siamo un pugno di mosche sul miele, tranquille.
Non c'è Clermount, e neppure il Sevres: per me c'è solo la zona Addolorata ventosa: i panni che si asciugano presto.
E' un velo di tulle il manto della vita dolce quanto quello di una sposa che si spoglia. E tutto è bianco ciò che non dura.
Mi sono padre e madre io che non manco solo a me stessa. Vorrei credere invece sia un pascolo la vita, e che al latte suo ritorna ogni capretta.
"Perché non ho il divino ardore?" Si piange addosso la donna che lava i piatti e guarda ogni tanto la copertina rossa dei Tre dialoghi di Valery.
Un giorno appena sveglia ho visto la vita come un mare, e nessuno a camminarci. La voglia di restare un po' sopra le cose mi ci aveva condotta. Come un gabbiano che sa fermarsi a pelo d'acqua e rimanere asciutto, ogni tanto.
Non so bene quanto accade al largo di Dubai. In fondo è solo un pezzo di mare, la brama dietro le sbarre sull'acqua, e un pescecane pure ci sbatte il muso e muore. Come il topo che ho trovato in cantina tra le scatole di scarpe fuori stagione.
Dicono che la mano di ognuno sia il cuore, un pugno. Il mio tiene stretta la sua vita: un mucchietto di cosa che brilla come l'oro unto.
La cosa peggiore è sentirsi la testa vuota. Per riempirla, di me ho contato minuto per minuto i morti, le grida, le doglie.
Con il sole che mi scivola in pancia ogni sera gioco a farti le ombre, figlia mia.
Dopo avere fatto la merenda all'aria aperta la mia bambina calpesta le formichine grasse da una parte, le più grasse dall'altra.
Come avessi la ghiaia sotto ai denti, sputo e non finisce mai.
Mi squaglio come la margarina sul gas e non perché fa caldo. Però mi succede di ripensare ai morti, un piatto denso adesso di amori e pianti. Così, come la vita fosse una cucina.
Non c'è niente di rosso sul mio pavimento, eppure in ogni stanza a piedi nudi inciampo in un vetro di bottiglia che non brilla, e taglia.
Io, la femmina dell'asino, senza speranza che Iside la dea mi compianga.
Mi ricordo di quando ti rubavo il maglione e ci dormivo come ad una bambola accanto, nel letto di ragazza. Oggi, il capo sul braccio di me che dormiveglio una bambina vera mi fa lo stesso effetto.
E' un cielo bizzarro questo che vedo in una nuvola a forma di Dio.
A cena va la bottiglia di vino rosso frizzante in frantumi. Il dramma è per me, che non mi basta l'acqua e cerco come una dannata le bollicine perse sulla tovaglia.
Appiccicato come una ventosa al suo ricordo dirà di me il mio fantasma: "Lo the fai dead! Sempre dò l'acqua alla tua edera folta."
Due mosche si accoppiavano sul vetro (tra la luce e me altro era il loro abbaglio). Buttarle via mi sembrò una cosa giusta, ma dentro al secchio dei rifiuti per qualche istante sono rimasta chiusa.
Adesso che sono una giumenta grassa legata ogni mattina al carro da trainare sbatto i fianchi quando passo per la porta che è stretta di queste quattro mura dove mi guardo dal buco della chiave, e non ho scampo.
E' l'erba del mio paese che non si vede oggi che pure c'è da stare contenti: i passeri hanno trovato la ciotola del cane, sulla neve.
Per la strada mi trovo a guardare come fosse niente, un punto dove una volta mi dicevo che bello sarebbe, se qui sotto ci fosse il mare! Ed eccomi all'istante una spatriata, una turista perduta.
Ci sia il buio intorno al mio bambino che se ne sta nel mondo come un pipistrello a mezzogiorno.
C'era un brincello di tempo davanti casa: i funghetti prataioli che durano solo un giorno. Ed il giardino (mi pare) un'ora cruccia e duole, poi torna, e niente è stato, come prima.
Il mio Dio è come un brodo, me lo aggiusto un momento di odori e di sale.
Credevo di avere trovato the cry of quail ed invece era il grido della mia pancia vuota. (Così mi sazio di formaggio e penso che avrei preferito il silenzio).
Non era solo un monumento la Madonnina di Loreto lucente se volevo figurarmi il Paradiso mangiandomi le unghie. Ma adesso se mi chiedo: "Esiste un Paradiso?" mi viene in mente solo il giglio di S. Bruno fiorito a maggio e giugno.
Le mie cose del tempo: tazzine a ghirigori d'oro e pizzi di angeli cantanti. Ed io, che sul pane di ieri mi riaddormento.
Quando di notte mi manchi ce l'hanno tutti con me, i fantasmi.
Per durare in questo mondo dove tutto gira e rigira, c'è solo una vita e quasi sempre non basta. Tanti ne vedo corrersi appresso e fare finta di essere ancora al punto di partenza.
Lasciavano gli alberi uno spiraglio ed io guardavo dove finisce il cielo. Poi hanno sbattuto una porta, ed il rumore ha spaventato il mio cuore di giovane volpe.
Dal cielo pare che un sasso mi stia cadendo in testa. Invece è solo una nuvola inquieta di essere brutta e grigia, che muta e si disfa.
Come una cornacchia senza fiato piango sopra agli alberelli miei perché comincia a fare sangue, qualche foglia in questo altro inverno che si affaccia.
Ahi ragazzina, i tuoi pensieri agli altri sembrano strani. Ti vedo invece sapere tanto bene che come i ciechi senza cani passiamo tutti sulle strisce pedonali.
Soltanto perché questa sera piove, il cuore in trambusto mi salta come un rospo in mezzo ad un mucchio di foglie marcescenti.
Una biscia in giardino si è infilata in un buco che ho immediatamente chiuso. E se si attaccherà troppo alla calce avrò sotto la casa, per sempre stampata la sua effigie.
Non posso stendere un velo sul grillo tondo e tozzo che mi cammina in testa senza veste oltre alle due ali a ventaglio che stride.
Vedo il cielo nel lavandino fra i nuvoli del detersivo. E' il solo posto dove io che non ho nemmeno un pozzo e uno stagno, ho potuto mettere la luna. E scivola la mano sul panno che voglio bianco.
Forse perché faceva troppo conto sull'infinità della parete bianca non ha visto l'ombra della mia mano armata.
Il mondo si sposta, invece di girare solo su se stesso. Noi che non vogliamo in nessun modo andargli dietro facciamo come la farfalla ancora pazza attorno ad una lampadina spenta.
E' uno strano tramonto quello di questa sera: nuvolacci neri e stretto in mezzo un rosso vivo rimasuglio di sole. Più in là, una stella in agguato come un'improvvisa banchisa di ghiaccio.
L'inverno tutto intorno mi copre all'aria: una pietra sugli occhi che affonda il mio pianto da sempre trattenuto.
Un piccione mi sporca dietro ai cavalli finti di S. Marco e dico che è stato un cormorano a sbattermi in faccia l'uovo azzurro.
Sarebbe bello trattarci come gli strofinacci che lavi, lavi e vengono puliti.
Guardo le mie finestre prive di tende e penso che avrei voluto fare compagnia ad Igitur quando è stato minacciato dal supplizio di essere eterno.
Sarà pure scoppiato qualcosa che ha fatto il vuoto che è finito sul mio pezzo di gruviera, un buco dove metto la testa quando voglio pensare all'aldilà.
Spesso mi piego al vento delle ali di un insetto. E accade allora che non so più se sono così pesante e grande, guardando occhi negli occhi il cielo a dieci centimetri da terra.
Con una grata di rami spinosi e vetri ho ricoperto un vaso. Ma non c'è il sangue mai del gatto che ogni notte sgaruffa la terra e attenta alla vita del mio fiore.
E pisto come un'oca i piedi larghi sui miei pensieri che il vento uguali a foglie disperde per la via.
Prima del sonno avviene che spoglio la vita di schiuma, oro e tempesta. Panni spiegati, alla balia dei flutti nella tellina poggiata sul comodino.
Di lui vorrei dimenticare tutto. E per caso incontrarlo, nei campi persa cercando l'erba di San Giovanni.
Quando è mattina, una per una svaniscono le stelle: a guardare bene vedresti l'ultima nella mia tazza di latte, lago tranquillo di porcellana sbiadito.
Figlio mio ti presto la bicicletta di Graziella, accesa di rose. Montaci in sella, e frena più che puoi giù per la salita.
Col gioco delle mani Vishnu potesse, come un altro mondo, rimettere a nuovo tutta la mia testa.
Forse perché mancava questa notte la luna non ha funzionato l'inerzia della rosa: sulla spina è rimasta affissa come foglia, un'ala (bianca e nera) di farfalla aporia.
Con l'acqua che scorre quanto posso violenta su loro e sulle mie mani sporche cavo gli occhi delle trote che vedo, a lungo hanno pianto il mare.
Con l'antenna occipitale di una lumaca in testa, molle di pioggia come una foglia, vado incontro alla lucerna che cerca qualcosa in mezzo all'erba.
Nel mio doppiomento (gobba di cammello), c'è tutto quanto fa comodo al mondo: la neve a Betlemme, in cielo i morti e Dio.
E già il mondo si procura di starle appresso: bimba dagli occhi grani di cielo e ciglia grandi di canne, bionde.
Sì mia cara, sarai secca: sterpaglia in mezzo all'erba grassa.
Tempo ancora concede il vento di San Pietro al lauro rinsecchito. La mia betulla invece stamane ha perso un metro della punta.
Incontrassi Perseo! Almeno dalla testa mia recisa si farebbe corallo, a goccia a goccia il sangue. E smetterei di muggire.
Basta una mano davanti agli occhi per non vedere più niente del cielo. Dio me la taglia, ed io ci metto l'altra.
Senti, l'uccello che non sa cantare: la tortora, dal grido uguale e stanco. Vedi, i suoi tarsi nudi in mezzo alla lattuga. Soffri, di lei la voce e i passi.
OLIO DI SESAMO
Fa venire la voglia di aggrappare la gola agli acini dell'uva turca il cielo senza un colore.
Dammi da bere un latte coagulato senza sale e da mangiare infiorescenze verdastre, semi di cereali destinati alle bestie. Dammi da stare tripodi di cemento armato. Ma non levarmi mai l'odore del gelsomino sotto al naso.
S'intona al pallore del viso l'artiglio molle col quale nemmeno è capace di levare dai bozzoli le bave di seta.
Oggi, l'upupa piange in cantina. (Ilaria piange). E intanto cambia il cielo ma non ci pensa al buio la schiuma dei suoi occhi franta sull'alto scoglio: un gradino.
Mentre la piazza diventa scura solo fanno luce le iridescenze sul collo dei piccioni.
Oh donna, se vuoi la pancia rossa e il seno di un verde brillante dai riflessi lucidi e gialli, datti in un amplesso alla vespa d'oro!
Come un giocatore all'attacco corre verso una base, la prende e torna indietro, vai per me -se tu mi ami-, nelle foreste dell'Himalaya a cogliere il lofoforo maschio dal ciuffo sul capo e i colori splendenti.
Dovrò cucirti un sottogonna per fartelo indossare insieme all'abito da sposa. E inamidandolo userò graniglia di zucchero ed acqua di fontana: non voglio per te l'appretto del supermercato.
Come di nacchere è il suono di chi bussa alla porta: un sonaglio che invita a bere sangria. Apro e non vedo al collo della donna il crotalo sotto la mantilla.
A San Giuseppe voglio andare a Valenza in mezzo a danze, a canti e luminarie a bruciare di notte quei pensieri che sono diventati da tempo pupazzi di legno.
E nel giardino non ti vedo il venditore d'acqua a Marrakech? Casa mi diventa il palazzo color ocra del pascià, e la testa mi si perde nel dedalo dei souk.
Le pelli di bisonte ricoprono i pali che tengono in piedi la mia tenda all'angolo della prateria, dove un filo d'erba a sera buca il sole ed altri gonfiano ad una ad una le stelle.
Vado a caccia di foche remando nel mio kayak. Non voglio il loro grasso, gli intestini e il sangue, ma i loro occhi grandi per avere uno sguardo appeso ad ogni vestito del mio guardaroba.
Felice la fanciulla che ha sposato il berbero che a lei reinventa a una e mille le storie della notte.
Ad ago, col filo ritorto di seta d'oro ho fatto ad arte il nastro che lega lo scudo al collo del cavaliere. E' venuto alla torre, una volta, al tramonto, a spegnere tutte le fiamme del drago.
Bevendo a garganella, gloglotti come un tacchino. Quindi amore mio ti preparo il vestito per domani: una bronzea livrea con riflessi verde-aurati.
Dall'antiquario cerco un canapé. Me lo fanno vedere disegnato con una rosa al centro bottonata e senza gambo che non manda un odore neanche se sopra ci versi un fiume di essenza. Il canapé lo voglio dipinto con i grappoli dell'uva di Corinto che a me dà gli stessi fumi del vino.
Solo una stella è venuta stanotte: dall'anima di polvere nera s'è fatta luminello.
La tortora è un uccello che ama molto, e tu compagna le assomigli: ami tuo marito e ripeti che senza di lui non andrai più a porti in verde ramo, a bere d'acqua chiara.
Ti amo a tal punto: di giunchi marini adorna, conficcali come spini attorno alla tua vigna.
Io non vengo a fare il bagno nelle acque basse e calde dell'Oceano Indiano dove è sporco il sopracciglio del pesce che non si lava con il detersivo.
La mia bambina vorrebbe la sua casa all'odore di reseda e di genziana; ed io malvagia gliel'ho invasa con il lezzo che emana da una verza lessata.
Per condire in insalata la mia vita uso i pomodori belli rossi, qualche cipolla bianca. Sale e aceto, olio di sesamo.
Giacché lo sconquassano gli starnuti, proprio non potrebbe vivere in mezzo alla steppa russa nell'isba fatta con le frasche, il mio povero uccellino allergico al miglio.
Ho visto un animale che a terra metteva soltanto le dita. Se non fosse scappato gli avrei trovato un guanto di iuta per incartarlo come un pacco da spedire a chi cucina i carciofi alla giudia.
Una striscia di tela finissima smerlata e ricamata, vorrei portasse al collo. Invece sfascia mamma un gomicciolo al giorno per farci una coperta sporca di resina d'abete.
Appare in cielo da marzo ad aprile una stella chiamata vergilia. Allora lo struzzo la vede: lascia stare le uova, si dimentica i figli. In tutta la mia vita, di sicuro non ho posto la mente in cielo ad una stella.
Te l'ho detto più volte di usare la lampara per andare a pescare. Tu hai voluto la luce al quarzo per abbronzarti intanto. Così al tuo funerale non so che sia il tuo corpo: smorzicchiato dai denti di una carpa, sbruciacchiato e non c'era neanche la luna.
Non rovinare amore, il tuo bel nome. Non profanarlo come lo scarabeo sacro che fa le palline di sterco e ci nutre le larve.
Quando è freddo infilo una pelliccia fatta con le pelli degli agnelli di razza karakul. Ci vado a guardare le pareti di Susa smaltate a colori; ed Ahura Mazda nel silenzio, mi offre da fumare.
Aprirei una liquoreria specializzata all'erba piperita. Andrei a mercanteggiare in mezzo all'ultima generazione, a quella più vecchia e l'altra che non è né carne né pesce, per mettere tutti in quiescenza, in cambio del bere. -Cin cin- diranno insieme a me, quando avrò fatto, -allo stare da soli, alla scogliera, alla stella, a qualunque cosa è valso il bianco pensiero della nostra vela-. Le blanc souci de notre toile.
Come un asino selvatico, pigra e deformata raglio a tutta forza, se ho fame.
Mi hanno imbottito di antibiotici, cortisone, ACTH e derivati perché mi sono bruciata e la mia faccia adesso puzza ancora di benzina.
Questa giornata l'ho passata nella stia: mi sono ben bene ingrassata ed ora assomiglio a un bel pollastro che userò domani per il brodo.
Sono andata a raccogliere -per dormire meglio-, le spighe panicolate della valeriana (quella che i vecchi chiamano erba gatta). Le ho messe in casa accanto all'orzo e il grano; e l'olio ho bevuto delle radici.
Quando avrai finito di essere un eroe mi vedrai grande, bionda e vigorosa: valchiria, per portarti da morto nel Valalla. E per ricordarti della vita, avrò con me di Wagner, Il vascello fantasma.
A oriente dell'Indo e ad occidente del Gange poiché sono stanca vi sia un servitore, un coolie a portare tutto il succo rosso che ho trovato a furia di recidere le cortecce della dracena.
Come una fenice mi sono affastellata intorno il legno secco, ed arsa per riavere colore della cera e della rosa: angioletto.
Fai finta di dormire, e per un bacio mi catturi. Dolce è la tua malizia! Ma forse un poco assomigli alla volpe che si camuffa da morta e lusinga la preda.
Sul pavimento della terrazza colore rosso-cremisi del ligustro, mi sento colpevole d'incanti e guardo ed amo la bouganville, l'ibiscus. Poi scivolo in autunno sulle verruche piatte dei licheni.
Vi porterò ai tropici, bambini a prendere le piume dell'airone azzurro. Le cucirò col filo bianco sui lenzuoli; e sarete come la luna quando succede che è avvolta dalla luce bella del giorno.
C'è un'erba che ricorda la gloria del Paradiso. In lungo e in largo vado calpestando il mio prato...
Oggi mi sento come l'aragosta che ha fatto centomila uova.
Mi sta dietro un ghepardo con gli occhi bendati dal cacciatore per essere eccitato. Io mi fermo e l'invito a mangiare con me ed il mio amico cerbiatto straniero l'elleboro al veleno.
Se faccio un altro figlio non sarò la pianta che fa il fiore e il frutto, solo una volta nella vita. Ma se faccio un altro figlio diventerò per me stessa un campo di sterminio.
Quando in casa c'è tristezza e noia, come una naiade t'aspetto alle mie acque dolci; come una ninfa della montagna nella caverna dove canto e danzo. Come una vergine dei boschi sto da sola a filare i muschi in inverno.
Cresci in fretta bambino, per essermi amico e potere indossare il mio collare di piume sottili rosso-ciliegia: che rifà nascere il fiato dopo una corsa e ridà sempre la forza di spremersi il cervello.
Forse è perché ho donato ad Afrodite i miei pochi capelli che il cielo per me stanotte ha tante stelle.
Come una cicogna che vuole fare le uova per te ho rimesso l'ornamento nuziale.
Non m'è successo mai di chiamare a me lo Spirito della Terra; o poi di volere fermo il tempo. Però nel mio giardino i Lemuri lo stesso mi scavano la fossa.
Non appoggiarti al mondo, bimbo mio. Può accadere che come una balena all'improvviso, se ne vada a fondo.
L'avrei voluta fare dormire in mezzo ad una canapaia indiana, e invece la guardavo -e basta- morire arrabbiata.
In fondo non è vero ch'io cerchi le terre sotto a un altro sole. Mi piace questo, ma non sempre sento da lui il carme delle feste di Bacco.
L'altra mattina sono andata a Villa Colloredo da dove è stato liberato il cervo e non c'è più il ruscello del cigno. Non mi sono voltata a guardare la fanciulla di Téreo che cantava all'ombra del pioppo.
Voglio che ancora profumi la nostra stanza. Quindi vieni con me a raccogliere i fiori turchini del lino d'Olanda con il quale è tessuto il mio lenzuolo di sposa.
Mio adorato bambino, penso per te alla vita. Vorrei la facessi come un appartamento: prima lo misuri ben bene a metri quadri; e poi ci metti dentro il tuo volere essere emozionato: da un sogno, o da un insetto.
Quando vengo a baciarti e hai sete di notte, apro le persiane, e nel bicchiere ti verso una stella aranciata.
Nonostante le tempeste dell'Egeo e la mia barca abbia solo due remi, io vado a comprare a Cipro i miei recipienti di rame e a Tiro la legna che mi scalda la casa.
Ho fatto ancora il sogno: in fronte la fausta stella ti venivo incontro da sposa; ed Espero a te, che porta desideri ai mariti.
Io sono come la tortora domestica che mangia l'insalata dentro casa; e pure assomiglio a quell'altra straniera che quando cambia il tempo e spaventa il tuono che fa partorire le cerve e spoglia le foreste se ne vola fino a sotto il tropico del Capricorno.
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