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C’è uno
spazio recluso, appena violato da tagli di luce calante, un perimetro
di usuali esperienze, minime peripezie, domestiche; e
c’è un privato repertorio di oggetti che quel filo di luce elettrizza,
sfiorandoli, o smarrisce, sbadatamente trascurandoli. Presenze vicarie, cui è
affidato l’alternarsi di euforia e depressione,
percettibili come inopinate epifanie o piccoli sinistri autodafè. Oggetti che
possono scampare oppure perdere ma dal cui reticolo non
è lecito trascendere. Lo sguardo che ne insegue, più spesso ne indovina, la
luminosità, il biancore, si sprigiona dal margine, vigila al margine, offeso e
ancora irrequieto. Lì si definisce, in quel limite ingombro ed opaco prende
identità, connettendosi a una voce, la parola di
Norma Stramucci. Che si dà
dissimulata negli oggetti, quasi per sottrazione, nel perfetto pudore di chi
ancora si sente uno spino di troppo.
Una voce che comunque avverte la liberazione e già
l’inevitabile castigo della forma: l’impostazione è naturale, una pronuncia
affettuosa ma di timbro rilevato, la misura quella del mottetto (che può
ulteriormente rattrappire in epigramma, nello scatto d’una sola battuta)
sostenuta da un metro, l’endecasillabo che si dilata in esametro, di
sorprendente duttilità; il lessico, pure trattenuto sul registro mediano,
denota un nitore, si direbbe un’educazione alla concretezza, alla nettezza
delle cose nominate, che certo le proviene dalla prossimità, non solo
geografica, d’un maestro quale Franco Scataglini,
nei cui seminari la Stramucci è venuta precisando
la sua fisionomia. Nominare le cose non significa necessariamente salvarle, ma almeno trattenerle dalla fuga temporis, per un lungo decisivo istante davvero possederle, acquisirne il senso in quella momentanea estasi che è d’ordine sia acustico che grafico. La parola, arrischiandosi, scalfisce il grigio freddato sulle cose, anela a un colore che le faccia o le rifaccia vere, proprie. Il bianco, l’ossessione del bianco (tulle di sposa, fiore, biancheria di bucato), del senso sorpreso dentro lo spento dilagare del grigio, della dissipazione quotidiana. Come è scritto in una clausola leggibile alla stregua di una dichiarazione di poetica, o d’un viatico struggente: E tutto è bianco ciò
che non dura. Massimo Raffaeli |
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