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Del celeste confine
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RECENSIONE DI ARMANDO ROMANO
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in "Il Messaggero" 13 ottobre 2003, p 31
D'Elia, Bedini, Stramucci la poesia rammenta civiltà e senso della lingua
"Nell'autunno par che il sole e gli oggetti sieno d'un altro colore, le nubi di un'altra forma, l'aria d'un altro sapore. Sembra assolutamente che tutta la natura abbia un tono, un sembiante tutto proprio di questa stagione, più distinto e spiccato che nelle altre (...)": è il Leopardi dello Zibaldone, dopo la lunga e calda estate, spento "il desiderio de' piaceri" quando, in silenzio come gli uccelli sui rami del mattino, torna la poesia a rammentarci la civiltà terribile del senso e della lingua, quest'italiano minore che resiste all'orrore mercantile e mediatico di una vita virtuale e inesistente, nell'impostura del niente. [...] A Recanati, dove è nata, Norma Stramucci dedica Del celeste confine (Manni), cantica o racconto battuto - in senso grafico e musicale - in versi, viaggio che configura una sorta di esodo verso la verità e i sensi che guidano alle trame del bene e del male. Non c'è tempo nella storia o il tempo è quel sempiterno scandirsi delle stagioni e dei climi, sentiero che interseca i regni, le età, i nomi pronunciati con gli idiomi della fiaba e del mito, presenze, aromi, uccelli, suoni, l'azzurra infanzia di stupore e incanto. Forse è lei, inviolata, la vera dominante di questo andare tra lucertole e fresie, tra campi di amarene e la valle del fiume Sangro, verso l'inestinguibile bene che annienta ogni ombra del dolore e riconduce al luogo della verità e del sogno, ancora Recanati, che si fa cuore e metafora di quel cammino, isola millenaria, paese di parole e familiare concilio d'affetti sulla quieta riva degli approdi.
Francesco Scarabicchi |
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