Scritto di Mario Luzi

Capitoli I e XII

Recensioni

Con il libro Del celeste confine Norma Stramucci realizza un singolare poema in cui si fondono in modo felice ispirazione biblica (testimoniata anche dall'epigrafe costituita dal versetto di un salmo) e tono fiabesco, con personaggi quotidiani quali Ilaria o Paolo, ed allegorici, come il dio Lamor o la malefica Hùtama. Il poema, in quattordici lasse, si configura come un viaggio allegorico in uno spazio insieme reale e favoloso, che ha per scopo di far rivivere i colori in una novella "terra desolata". Il viaggio si conclude felicemente. E' all'arte ("Tu Andrea suona e suona", dice il Lamor) che viene affidato il compito di restituire alla terra la sua bellezza primigenia. Lo stile del poema è originale e pregevole. I versi sono in genere molto lunghi; il linguaggio, volutamente prosastico, ricco di termini quotidiani, scientifici, talvolta filosofici, sa anche farsi lirico e intenso.

dalla Nota critica della giuria del Premio Nazionale di Poesia "Antica Badia di San Savino" - Pisa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edizioni Piero Manni, 2003  

Franco Scataglini,

La nave misteriosa 11x15,5,tecnica mista, 1993

 

Un percorso a tappe segna il viaggio dei protagonisti verso la mèta che coincide con la salvezza. Ilaria e Andrea, i prescelti, si fanno inconsapevolmente carico di rendere possibile che il dio Lamor conceda il perdono al mondo, restituendogli i colori dei quali, a renderne evidente la colpa, lo ha privato. L’esplicazione dell’allegoria induce a identificare con il grigio nel quale questa umanità è avvolta, l’attuale degrado dell’ambiente che però è solo il simbolo dei tanti “peccati” compiuti. La maggiore colpa dell’uomo è forse infatti quella della presunzione che il dio punisce con la lusinga del sogno che lo rende quasi ebete, prima di privarlo, ancora bambino, della vita stessa.

Non si ricerchi in ciò nessuna sorta di femminismo, di esaltazione dell’incorruttibilità dell’indole femminile: alle donne, che assistono alla morte dei figli, spetta la pena maggiore. D’altra parte uomo è Andrea, il ragazzo inspiegabilmente salvo e puro che solo conosce la musica, il mezzo con il quale il dio Lamor gli permetterà di salvare il mondo.

Nel poemetto, dove continua è l’alternanza del bene e del male, la geografia del viaggio non è certo contingente: si passa dal paese dell’amore, una sorta di paradiso terrestre, a quello dell’eterno dormire in un deliberato continuo purgatorio, al luogo dimora dell’Hùtama, divinità diabolica;   e la stessa realtà di luoghi come Recanati o la valle del Sangro, appare senza tempo; ma sono quello che conta, quasi a rappresentare il fulcro dell’universo dal quale Ilaria e Andrea partono per varcare il limite dell’ultimo orizzonte, o meglio,  del celeste confine che separa l’uomo non dall’infinità del tempo e dello spazio, e nemmeno dal regno del Lamor, ma simbolicamente, dalla presa di coscienza di come la vita dovrebbe essere vissuta.

Il metro scelto a narrare la vicenda è quello tipico dell’autrice, che combina la sua libertà con i vincoli delle misure classiche, così come il lessico della quotidianità si accosta a termini inusuali che danno il senso della fiaba. E’ così infatti che si potrebbe definire questo racconto-metafora in cui certo non si rimpiange un roussoniano stato di natura, ma ci fornisce lo spunto per una meditazione che comunque, nonostante la sua implicita morale, non ha nulla di retorico.