I doveri di Viroli e i doveri di un buon libro

Maurizio Viroli, L’Italia dei doveri

 

in "Chichibìo", anno X, novembre-dicembre 2008, n. 50 

 

 

Sono due i doveri di un libro: essere morale dal punto di vista linguistico ed essere morale nel suo contenuto.

E dunque, anche il nuovo libro di Maurizio Viroli, L’Italia dei doveri (Rizzoli, Milano 2008), non deve sfuggire all’esame della sua forma: la lingua è piana, regolare, chiara, semplice, ma nulla ha della banalità; è elegante, raffinata, ma senza minimamente sfiorare l’affettazione.

L’articolazione della sintassi rivela l’abitudine a letture classiche. E inoltre, Maurizio Viroli, in questo libro che non è un romanzo, si dimostra mirabile maestro della tecnica dell’argomentazione; cosa assai avulsa da certa comunicazione odierna, propensa a emettere sentenze, a servirsi di stereotipi.

L’argomentazione è operazione ben più complessa della narrazione: in quest’ultima l’attenzione del lettore è mantenuta attiva tramite le azioni dei personaggi, i colpi di scena, le ambientazioni, i momenti di massima tensione, la commistione tra intreccio e fabula; nell’argomentazione l’attenzione del lettore deve essere catturata mediante lo spessore concettuale delle tesi da dimostrare, in una operazione del tutto cerebrale. Ebbene, la piacevolezza della lettura di questo libro nulla ha da invidiare a quella che si può ricavare dal godimento di un buon romanzo. La logica stretta e serrata che governa i nove capitoli, risente indubbiamente della professione docente di Viroli: di un uomo che, nella sua attività di teorico politico all’Università di Princeton, è abituato a non considerare scontata alcuna affermazione, a volerne altresì dimostrare la validità.

E così Viroli non tradisce il primo dovere di un buon libro: il rispetto per la lingua. Si tratta di un dovere morale: uno scrittore ha la responsabilità del linguaggio che usa. Romano Luperini, in suo recente scritto, ha lamentato l’eccesso e l’abuso della mimesi del quotidiano nel linguaggio di troppi romanzi odierni; romanzi immorali, dunque.

Il secondo dovere al quale un libro che voglia intendersi davvero tale deve ubbidire è naturalmente quello del suo contenuto. Ancora valido il precetto manzoniano con il quale si ribadisce che l’utilità di una pubblicazione consiste nella educazione dei lettori; nell’arricchimento, aggiungo, non solo del loro bagaglio culturale, quanto della loro personalità. Anche nel contenuto il libro di Viroli non prescinde da ciò, ed è dunque, anche da questo punto di vista, altamente morale.

Si sono voluti precisare i doveri di un buon libro dal momento che proprio di doveri Maurizio Viroli parla, e ne parla perché auspica all’autentica rinascita civile della quale, concordiamo con lui, l’Italia ha più che bisogno. «Senza doveri non c’è libertà» (p. 10) è la tesi di fondo del libro, già espressa nella Premessa, volto all’educazione degli “indifferenti”, dei “sordi morali”.

Nella scuola oggi si propone come una novità la lettura della nostra Costituzione, come se fino ad ora gli insegnanti l’avessero ignorata. Sarebbe invece auspicabile, per gli insegnanti, qualunque sia la loro disciplina di pertinenza, la lettura di questo libro che li aiuterebbe indubbiamente a focalizzare l’attenzione su punti di estremo interesse educativo, su concetti base per la formazione dei nuovi cittadini anche ad essi affidata. Non a caso lo stesso Viroli è stato coinvolto in iniziative rivolte proprio agli studenti. Mi fa piacere ricordare come esempio il progetto “Le Marche: una regione laboratorio” promosso dal direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale Michele De Gregorio e coordinato, con competenza ed entusiasmo, dalla Preside Ebe Francioni.

Non si vuole qui riassumere il contenuto delle argomentazioni di Viroli; il che sarebbe estremamente riduttivo. Si vuole altresì porre l’attenzione sulle note bibliografiche. Emergono nomi importanti per l’Italia, per l’Europa: Bobbio, Calogero, Rosselli, Constant, Montesquieu, Mazzini, Nievo, De Sanctis, Croce, Calamandrei, Rousseau, Omodeo, Machiavelli... A dire che ben fondate sono, nella storia della nostra civiltà, le idee di Maurizio Viroli e, onestamente, dispiacerebbe se tali tesi fossero erroneamente “colorate”. Non ha colore la dignità umana.