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I sensi di Trapanese: la parola e l’ascolto ”disapprovo ciò che dici, ma difenderò alla morte il tuo diritto di dirlo” Voltaire, Trattato sulla tolleranza, 1763 Comunicare efficacemente, per mezzo della negoziazione e la gestione dei conflitti, non è semplice; e Giulio e Elisabetta, i due coniugi protagonisti di Luna traversa, romanzo di Giancarlo Trapanese, Halley Editrice, 2005, nella prima parte della storia non ne sono assolutamente capaci. Non sono in grado di gestire la loro relazione umana migliorandola, risolvendo la crisi mediante strategie comunicative efficaci. Entrambi sostengono la verità del proprio punto di vista, parlano ascoltando non le parole dell’altro ma attenti a calcolarne l’effetto ognuno su di sé. Nulla di strano dunque in un tempo come questo, in cui proprio la comunicazione è in crisi, soprattutto perché l’uomo ha perduto la capacità di sapere ascoltare. Eppure, nel nostro universo tutto ha una sua voce: tutto gracchia, fruscia, squilla, tintinna, bela, abbaia, serpeggia, scroscia… senza che l’uomo, affetto fino all’eccesso di egocentrismo, se ne accorga. Tutto comunica, ma senza praticare l’attenzione dell’ascolto, ogni messaggio è perso. Elisabetta e Giulio non sanno ascoltare né le voci del mondo né se stessi, non si conoscono: “Ignora il mio punto di vista” (p.22) è una delle prime accuse di lei, anche irosa più volte: “va verso la camera, sbatte la porta alle sue spalle e chiude a chiave” (p. 28) Certo, come ha sostenuto persino Lenin, è “molto più facile gridare, ingiuriare, strillare, che tentare di esporre, spiegare, ricordare”. A spiegare Giulio ci prova, ma la rivelazione del segreto, perché è “così stanco di fuggire” (p. 34) non cambia sostanzialmente nulla. Viene anzi praticata senza rispetto per gli stati emozionali della moglie. Mettere comunque in atto un cambiamento sembrerebbe la sua volontà. Taglia persino la barba, va a prendere il figlio a scuola: “Via la barba. Ho bisogno di ritrovarmi come uomo, come padre, e qualunque segnale di cambiamento è importante: guardo l’ora, forse faccio in tempo ad andare a prendere Marco a scuola.” (p.48). Marco, che a scuola non è, che comunica solo con la Playstation e la propria passione per il calcio; proprio Marco, il figlio adolescente, che “Attacca per non essere attaccato” lo convince che “Non sarà facile cambiare tutto…La sua faccia da impunito ribelle, il suo ghigno sono lì a confermarmelo.” (p.50). Ma Giulio non cambia ciò che sarebbe necessario: il proprio modello mentale. Rendere partecipe la moglie del proprio segreto, dell’esperienza che lo ha traumatizzato bambino, non risolve nulla dal momento che non fa altro che tentare di imporre, ancora una volta, il proprio punto di vista: “Finalmente sono io con le mie problematiche, con i miei difetti, con le mie reali pulsioni, con le mie piccole deviazioni forse, però sono io quello autentico che per una volta si è presentato (p. 27). Giulio si sbaglia, non è ancora quello vero: non conosce Elisabetta come non conosce se stesso. Ha semplicemente tolto una maschera per indossarne un’altra. Di maschere Giulio ha estremo bisogno. Lo conferma l’avere creato, per chat in Internet, la “coppia curiosa”: Nick e Giada: “Siamo noi, o meglio, la proiezione di quello che non saremo mai e che invece avrei voluto che fossimo” (p.27). Il problema dell’identità, in maniera più consapevole, è vissuto da Elisabetta: “della distanza che esiste … tra come vorremmo essere e come siamo, tra quello che davvero desideriamo e ciò che pensiamo di volere”. (p. 53) Elisabetta appare capace di vedere la distanza tra la vita e la sua forma, come direbbe Pirandello, lo si dimostra già nell’incipit del romanzo, con la riflessione sul numero 37. Elisabetta sembra più consapevole, soprattutto del fatto che è il non sapere comunicare a avere generato la crisi del loro matrimonio: “mi viene da collocare precisamente al momento della nascita di Marco l’inizio dei nostri problemi, delle nostre incomprensioni, delle nostre difficoltà di comunicazione.” (p. 36-37) Elisabetta sembra, in questa fase della loro storia, adulta effettivamente, pratica la logica e la razionalità, mentre lo stato dell’io che caratterizza Giulio è quello del bambino, ma di un bambino non positivo perché conserva la capacità intuitiva tipica dell’infanzia, ma solo fragile, bisognoso di cure e attenzioni. Vi sono momenti di tregua: una vacanza a Numana, approfittando di un impegno calcistico del figlio, pare prospetti l’inizio della soluzione e non, quello che invece accade: Noemi, un’amica di Elisabetta casualmente rincontrata dopo il tempo lontano degli studi, è l’occasione per Elisabetta di mettere in pratica ciò che aveva già desiderato: “chiudo la porta alle mie spalle con una mandata di chiave. Vorrei poter fare lo stesso con tanti anni persi inutilmente nella mia vita. Chiuderli alle spalle e ricominciare.” (p. 30) Cambia la scena, cambia già, con l’investigazione lunga e incerta sulla scomparsa della moglie, il tono del romanzo: dalla vita di Giulio e di Marco Elisabetta scompare, tenta di farsi credere morta…. cambia vita ... come Mattia Pascal ha cambiato treno. L’analogia con il personaggio pirandelliano finisce comunque subito poiché Elisabetta non avrà più problemi di identità, anzi consegue quella che ritiene la propria realizzazione. L’interazione comunicativa, che non aveva mai adeguato i segni linguistici e non linguistici alle intenzioni (Giulio che dalla vacanza si aspettava tanto, l’ha prenotata in una villetta e non in un albergo, come Elisabetta avrebbe preferito) si prospetta fallita per sempre: Elisabetta abbandona l’arena della convivenza matrimoniale nella quale pure coesistevano dipendenze e collaborazioni, oltre a conflitti e antagonismi. Elisabetta scompare, lasciando Giulio nello sconforto totale: “Non riesco ad affrontare con un minimo di razionalità una situazione così confusa, dove posso essere in un attimo vittima o carnefice. Vittima per la sproporzione della reazione di Betta se si trattasse di una fuga progettata e vile, magari solo per farmi male e nascondersi. Carnefice, se avessi fatto qualcosa di irreparabile per via delle cose che le ho urlato, e per il mio non aver neanche tentato di inseguirla, di trattenerla.” (p. 181) Ma “Si sopravvive a tutto. Anche a quello che pensi possa moralmente ucciderti, quando si tratta di questioni affettive” (p. 224). Così, mentre passano i mesi, Giulio si accorge di non essere solo perché circondato dal sensibile atteggiamento di amici non considerati tali nella sua vita precedente, recupera soprattutto il rapporto con il figlio. Se gli uomini sono margherite dai petali plurimi, margherite il cui gambo, che attesta la ricerca dell’equilibrio, è avvolto da un nastro che rappresenta il continuo evolversi e modificarsi delle situazioni, i nastri di Giulio e Elisabetta, con la fuga di lei, sono ben mutati, tanto da non essere riconoscibili. Trapanese, con una scrittura straordinariamente veloce nonostante i contenuti molto spesso meditativi, veloce grazie anche all’espediente di adottare alternandole le voci dei due protagonisti, è stato abilissimo a condurre il lettore fino alla fuga di Elisabetta, impedendogli di prendere le parti dell’uno o dell’altra, a farlo entrare, come pure osserva M.G. Capulli nello scritto prefatorio, “con straordinaria abilità psicologica nella testa e nel cuore della coppia”. La dimensione indagata è stata quella dell’individualità, ma dal momento in cui, risolta la fase investigativa, inizia la terza e ultima parte del libro, quella che per assurdo, proprio per mezzo della lontananza (del pensiero oltre che fisica) condurrà Giulio, Elisabetta e Marco a conoscersi e a comunicare realmente, la dimensione si dilata. Non è più il privato che attraverso l’analisi delle problematiche dei protagonisti viene indagato, ma la sfera umana nella sua complessità. E’ questa volontà di conciliare gli opposti, di sancire quanto vitale sia per la società il principio di tolleranza, inteso come reale comprensione dell’altro, che solo giustifica la scelta narrativa, la svolta alla vita della coppia che Trapanese ha voluto per lei. Non avrei altrimenti accettato l’epilogo di questo romanzo, il fatto che Elisabetta trovi se stessa non attraverso la propria cultura, ma attraverso l’islamismo conosciuto tramite l’uomo, un egiziano del quale si innamora: “Per noi musulmani” (p. 290) dice ormai Elisabetta, vestita anche del velo. La mia personale simpatia va infatti a Giulio che trova in se stesso le ragioni del cambiamento, e non a Elisabetta che tradisce la propria cultura. Il senso della multiculturalità infatti è nell’integrarsi con l’altro, non diventare l’altro. Ma Trapanese gestisce magistralmente le antinomie costitutive che, anche (ma non esclusivamente) per le diverse professioni di fede, nel mondo non favoriscono la comunicazione che, nell’orizzonte del nostro quotidiano, è assai complessa. Utopisticamente ora la vita è offerta come luogo di cooperazione ideale: l’arena coniugale è diventata l’arena politica nella quale collaborazioni, indipendenze, conflitti, antagonismi, devono essere superati mediante un agire che all’altro, al diverso va incontro, per comprenderlo. Si tratta della medesima utopia espressa da Leopardi nella Ginestra: anche l’umanità tutta del nostro secolo “superbo e sciocco” dovrebbe, in nome dell’unica guerra legittima, la guerra quotidiana della vita, coalizzarsi fraternamente, abbandonando ogni altro conflitto: “…congiunta esser pensando, / siccom’è il vero, ed ordinata in pria / l’umana compagnia, / tutti fra sé confederati estima / gli uomini, e tutti abbraccia / con vero amor, porgendo / valida e pronta ed aspettando aita / negli alterni perigli e nelle angosce / della guerra comune”. Giulio ora vuole davvero sapere e capire, è diventato quello vero. Ne ha coscienza Elisabetta: “E’ un uomo decisamente diverso quello che ho davanti. Diverso da come lo conoscevo. Sento il suo dolore, la sua sofferenza, la sua difficoltà a capire e forse anche a perdonare, non il suo odio…Davvero appare interessato a comunicare con me, a comprendere.” ( p. 282) “Sono sorpresa, credimi, dalla tua nuova capacità di ascoltare e chiedere.” (p.288) Sarà pure un’utopia, ma chi ha la necessità di un mondo più giusto non può esimersi dal desiderare per esso una convivenza pacifica, rispettosa, tollerante, civile. Comunicare è sempre fondamentale, e lo si dovrebbe fare mediante, dice sempre Leopardi, “l’onesto e retto / conversar cittadino”. Il nuovo conversare tra Giulio, Elisabetta e Marco si propone dunque a metafora di una diversa comunicazione tra popoli e civiltà. E’ secondo questa prospettiva che la vicenda privata non viene risolta, non si sa se Elisabetta guarirà dalla malattia che l’ha colpita, non si conoscono le sue scelte future… come non si conoscono le scelte prossime del genere umano. Si può solamente, magari pregando, e non importa chi, provare ad agire diversamente. Quella che Trapanese sembra auspicare è una società pluralistica in cui la diversità venga anche esaltata in una armonica e ragionevole convivenza. La convivenza pacifica, al di là dei pregiudizi, la si avrà però solamente se, come ha insegnato Voltaire, l’uomo crederà davvero in se stesso, al di là di ogni dogmatismo filosofico e religioso, in nome della propria ragionevolezza. Questo è il coraggioso messaggio di Luna traversa: un libro politico dunque nella vera accezione del termine, quella che è basata sulle qualità morali dell’uomo, capace di dialogare con l’altro ma soprattutto con la propria coscienza. Trapanese quindi auspica con il proprio romanzo una dimensione comunicativa giusta e libera, in cui al diritto di parlare non può non accompagnarsi il dovere di ascoltare.
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