Anno 2004 - Marcos y Marcos
hi voglia trarre da un
libro un’immagine organica del
mondo, non legga Luigi Socci
che, pur nel titolo, Il rovescio
del dolore, scardina l’ordine,
nega all’evidenza ogni tratto
che non risulti inquietante, e
di essa coglie gli aspetti più
minuti e inevidenti.
Da definire trasversale questa
lirica, fosse chiaro il termine
di riferimento. Trasversale, ma
non rispetto al mondo, al quieto
vivere borghese. Così semmai in
Montale:
…
né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi
crede
che la realtà sia quella che si
vede.
Trasversale dunque, non rispetto
alle mille peripezie umane, ai
tranelli dell’apparenza, ma a
una condizione di assenza
dell’io poetico: …Io quella sera
/ proprio io non c’ero…
Si tratta di incongruenza
esistenziale, del rifiuto palese
ad accettare non tanto che
l’evidenza sia ciò che gli occhi
spiano aldilà della condensa
sullo spioncino, lente
rimpiccolente di un uscio
domestico, quanto che ad
assistere allo spettacolo sia
proprio lui, un giovane uomo
animato dalla volontà di
imparare a memoria la propria
vita: …Nel personaggio a cui
davo la vita / mi identificavo
alla perfezione: / il mio
cadavere in carne e ossa / in
attesa di identificazione.
E dunque si nega. Nega se stesso
e la persona amata: …Forse
nemmeno c’eri / visto che non
esisti, / forse nemmeno c’ero /
-io? / figurarsi. ; nega
grandezze sicure: …il mare…/ …
produce / onde solo di sale
/senza una goccia d’acqua…
Negarsi e negare significa la
scrittura di una linea
separatrice, di protezione, tra
l’autenticità delle proprie
emozioni (il dritto del dolore!)
e il suo volerle pensare (il suo
rovescio!), il cercarne una
ragione, una causa, un fine. Il
dolore è dovuto –anche- al fatto
che un morto vive altrove; è
appena uscito / con passi senza
piedi.
Socci non concepisce la morte,
ne fa un elemento del caos; ed è
lo sbigottimento di fronte al
caos che non può essere
ricondotto all’ordine, a un
sistema logico e inequivocabile,
che lo porta a contestare l’idea
di verità: La verità va
preparata bene…
Il fatto è che del gomitolo che
è il tondo del mondo mancano le
coordinate, l’uno e l’altro capo
del filo: …Srotolando gomitoli /
si sperde ogni mio filo in doppi
sensi…
E’ naturale il riferimento che
già sottolinea Aldo Nove a Gadda.
Il dottor Ingravallo…
Sosteneva, fra l’altro, che le
inopinate catastrofi non sono
mai la conseguenza o l’effetto
che dir si voglia d’un unico
motivo, d’una causa al
singolare: ma sono come un
vortice, un punto di depressione
ciclonica nella coscienza del
mondo, verso cui hanno cospirato
tutta una molteplicità di
causali convergenti. Diceva
anche nodo o groviglio, o
garbuglio, o gnommero, che alla
romana vuol dire gomitolo.
Apparentemente ironica, la
scrittura di Socci punta al
ridicolo, e lo confessa: Chino
nel mio cunicolo. // Munito di
binocolo. // Non cerco l’ironia,
trovo il ridicolo. E fa pensare
ancora a Montale, a un verso di
“Prosa per A.M.” in Altri versi:
Tra l’orrore e il ridicolo il
passo è un nulla.
Ciò a significare la
drammaticità della sua
ispirazione poetica che si dà in
versi e in lingua che,
nonostante i contenuti, si
presentano delicati, snelli…
elastici: Questa poesia è
bielastica / può essere una esse
/ o volendo un’ixelle, / questa
poesia si stende / come una
parte del corpo, una pelle…
E’ una poesia che ha tutte le
carte in regola / è ochei. Luigi
Socci sa bene che significhi in
poesia l’essere ochei, sa bene
che la morale di un poeta, come
insegna O. Paz, non è nei suoi
temi, nelle sue intenzioni, ma
nella sua condotta davanti al
linguaggio; sa bene che –si sta
parafrasando P. Celan-, il
poeta, ferito dalla realtà e
alla ricerca della realtà, è
verso il linguaggio che va con
tutto il suo esserci. Luigi
Socci ci dà versi che suonano
come il pensiero di attimo, e
noi sappiamo quale traguardo
sia, per un poeta, la sua
apparente semplicità.
Una recensione di Norma
Stramucci