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Tra origini, fringuelli e poesia: la lingua di Gabriella Sica in Poesie familiari
Tra lingua e tema è massima la corrispondenza nel libro di Gabriella Sica, Poesie familiari, pubblicato da Fazi Editore nel 2001. La prima lirica è intitolata “Dov’è la mia patria?” e l’autrice risponde alla sua stessa domanda con l’esplicito riferimento ai due versicoli che a Luigi Schiaparelli, quando nel 1924 li rinvenne da un codice della Biblioteca capitolare veronese, apparvero come un’antichissima cantilena georgica in latino volgare. Si tratta del testo poi passato alla storia come l’Indovinello veronese, scritto probabilmente alla fine dell’ottavo secolo. Con l’espressione “alba pratalia” il riferimento torna, dopo solo qualche pagina, in “Alba a Vetralla”, la lirica che ancora riconduce alle origini del nostro volgare: il “Sao ko kelle terre, per kelle fini…” del Placito di Capua (960); il “Sao cco kelle terre per kelle fini…” del Placito di Sessa Aurunca (963); il “Sao cco kelle terre, per kelle fini…” del Secondo Placito di Teano (963) si traducono con semplicità in “So che quelle terre per quei confini”. Gabriella Sica dunque, per rispondere alla richiesta di una patria, per i versi che parlano della terra che custodisce le sue radici, con intenzione rimanda alle origini stesse del nostro volgare, quasi che la storia di ognuno potesse iniziare solamente con l’acquisizione di una lingua propria, e non ci sia consentita la partecipazione al alcun destino senza la parola che, come la terra che ci dato i natali, la nostra Galilea, ci appartiene.
Non sembra dunque per nulla casuale il ritorno, nel
libro, della parola “pane”: “caldo pane” (p.24), “come il pane” (p.32),
“pane e vita” (p. 32), “il pane della vita” (p. 89). Il pane
naturalmente inteso nel suo significato primigenio di cibo semplice e
buono, cibo legato alla terra, che consente la vita e che sabianamente
rimanda (si consideri “Il borgo”) alla volontà di dire parole che sono,
per l’appunto come il pane, valori di tutti. E Pascoli è ugualmente presente, per la lingua, ad es.: (fru fru, p. 23); o (“le vesti bianche sono vele all’aria” che è verso che rimanda al poemetto “La digitale purpurea”) e per il tema (“un caldo nido”, p.21, “nido” p. 43, “nido eterno”, p. 82] Si ha dunque l’impressione che Gabriella Sica cerchi, nella prima sezione del libro, non solo le origini proprie, ma quelle stesse dell’italianità, e che la parola poetica aspiri davvero ad essere, in ogni senso, popolare. La sua espressione è infatti semplice, gli aggettivi appaiono quasi crepuscolari, nonostante ben diversa sia l’atmosfera che suscitano. E’ una poesia che “si capisce” dal piano letterale, e la semplicità, lo insegna Leopardi, è un punto di arrivo, non di partenza (Zib. 20). Si riscontra dunque nella lingua di Poesie familiari un tema ben caro a Leopardi il quale afferma che si diventa artificiosi e maliziosi quando ci si allontana dalla puerizia e invita a ritrovare gli occhi “ingenui e purissimi” con i quali gli antichi guardavano la natura (Zib. 17). Sono questi gli occhi che la Sica cerca di usare, occhi candidi, verrebbe da dire, dal nome della donna che in più di una lirica canta e che “A una dea madre terrestre somigliava”. Occhi con i quali la poetessa si avvicina a “Uomini semplici, rozzi e dignitosi, / che” –e non potrebbe essere altrimenti- “familiarità hanno con la natura” (p. 20) Ecco dunque l’importanza del riferimento all’Indovinello veronese che ancora oggi ci pone dinnanzi a quel complesso problema costituito dal rapporto tra la tradizione letteraria e quella popolare, una tradizione che la lingua di Gabriella Sica vorrebbe proprio fondere. Quest’ ultimo dunque appare, a mio avviso, il piano della grande allegoria di questo libro, piano che, se ancora l’ esistenza al passato, non esclude il domani, la possibilità di piantare “un nuovo seme” (72). Risulta così facile la comprensione delle poesie “materne”. Risulta da qui consequenziale anche il legame che intercorre continuo tra la lingua pura, non contaminata, la fiducia nella trasmissione poetica e il canto del canto degli uccelli che stanno al cielo come i prodotti agricoli stanno alla terra. Ecco che dunque la lettura di un verso come “luci uccellette e latina lingua” si presenta emblematica di una particolare concezione poetica che vede i propri versi, anche quelli dispersi, essere “viti” (p.14), fecondi quindi. Non a caso il figlio da poco nato è “voci d’uccello” (p. 51). Sembra che ai numerosi uccelli vengano affidati i versi a cui lei stessa si affida (“A voi versi m’affido”, p. 91) quando li invita a staccarsi dalla pagina: “Andate voi versi miei dolci e cari” (p. 87). Versi il cui viaggio sembra proprio affidato a “felici allodolette” (p.15), a “fringuelli, fanelli e lucherini” (p.81), a “uccelli al cielo azzurro affrescati” (p.22). Il rischio resta la gabbia. Un “uccelletto nella gabbia” (p. 83) si presenta dunque come una metafora attraverso la quale Gabriella Sica mi appare rendere un tempo, un “povero tempo” che ostacola il volo, che “uccide i poeti” (63).
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