Per I salici sono piante acquatiche di Romano Luperini

Accogliendo le parole di Luperini che presenta il libro nato con l'intenzione di "fare il bilancio della propria vita", il pensiero corre verso quell'idea di onestà, frutto della lezione di Saba. La scrittura inizia quindi dal sé, dall'individuo che senza pudori si racconta. Svela al lettore la propria verità profonda. Luperini considera il proprio libro come "frammenti minimi e staccati". Ha torto. Come Saba, Luperini, in questo suo romanzo, intende la vita nella sua completezza temporale. Della propria vita l'autore si vuole appropriare. La scrittura dei suoi fatti salienti gli si è presentata come una necessità, una ricerca di senso. Una sorta di terapia, già riscontrata in varia letteratura novecentesca. Non fosse così, non si sarebbe concesso la libertà "vergognosa" della pubblicazione, non lo disturberebbe il suo nome di autore di questo libro. Considerandola un'opera autobiografica, narratore e autore apparirebbero coincidere. Falsa anche questa constatazione. Non solo perché si avverte il lettore che "alla verità dei fatti si mescola un margine di invenzione letteraria." Ma soprattutto per il motivo che in questo romanzo il narratore non è certo il deus ex machina, non inventa una fiction, ma confessa onestamente la propria reale ricerca della verità. La narrazione è lo strumento che permette lo "scandaglio" del sé.

I personaggi che si incontrano hanno la peculiarità di non compiere azioni che modifichino lo sviluppo della vicenda. La storia è già definita. Il loro rapporto rispetto alla narrazione, il ruolo che ognuno riveste nella trama, che appare ben lineare, nonostante l'autore affermi il contrario, è di essere esclusivamente gli elementi dell'inchiesta di Luperini. L'inchiesta lo conduce all'analisi della narrazione, perché solo così si può avvicinare al proprio oggetto del desiderio: il senso. Appaiono addirittura più incisivi dei personaggi che gli ruotano attorno, dai genitori alle donne, dagli zii e sorellastra all'amico operaio comunista, i luoghi. I luoghi sono lo specchio del tempo trascorso. Ad ogni luogo è legata una tappa della propria esistenza. Dalla materialità di ciascun luogo emerge una componente simbolica. Nessuno di essi è semplice fondale scenografico. Ognuno è attivo elemento narrativo, conduttore di temi e motivi fondamentali per lo sviluppo del racconto. I luoghi esistono indipendentemente dall'individuo che in essi passa solamente. Più delle varie case, più di Lucerena o dell'Eaton centre, il luogo dove davvero si compiono i destini, è l'ospedale. In esso si saluta Gianfranco, in esso si dà l'avvio alla propria integrità fisica sentendosi essere in balia altrui, oltre che delle leggi naturali che stabiliscono, aldilà della volontà, la perdita della salute, che in questo caso coincide con la presa di coscienza del proprio ingresso nella senilità. E dunque si va dalla casa in cui bambino si rifugiava al gabinetto e inzuppava il pane nel latte, all'ospedale. Non è che un romanzo vero che si oppone alle classificazioni: autobiografico, storico, antropologico, filosofico, politico, ognuna limitativa, quello che ripercorre i luoghi di tutta un'esistenza. Si vuol dire che l'azione narrativa è rilevante, nonostante l'avvertimento contrario dell'autore: i luoghi, gli altri personaggi, i fatti della storia (l'assassinio di Moro o la guerra del Golfo), gli animali  (il gatto di casa, il pettirosso e tutti gli altri uccelli in un versante, il falco nell'altro), le piante (i salici, i tigli, la magnolia, i boschi bruciati), contribuiscono tutti a far procedere un'azione narrativa vera e propria. Un discorso a parte meritano le entità inanimate (la coperta bucata, lo scaldino, le stelle -non le costellazioni-, i lenzuoli impiastrati di sangue, i vasetti di vetro colorato). Colei, la madre, che vive in armonia con esse, può assicurarsi "la sicurezza della ripetizione". Ogni oggetto è degno di essere raccontato, ognuno contribuisce al senso della vita, al "tutto pieno, intessuto di tanti piccoli tasselli egualmente necessari." L' "epica quotidiana" che si risolve "nella ripetizione, in gesti e cose concreti" è  un tranquillo ancoraggio alla vita, un dono del quale l'autore soffre la mancanza. Ma il senso dell'esistenza non è neppure nelle cose, altrimenti l'intelligenza di Luperini se ne sarebbe bene appropriata. Il vero senso dell'esistenza, per l'uomo che si è donato a quanto nel libro è in pratica taciuto, la letteratura, non può che essere nella traccia, nel segno del sé, nella vittoria sul tempo, che solo la scrittura può garantire. Avrebbe sentito incompleta la propria esistenza, senza il bilancio operato in questo suo "racconto-testamento". Luperini, con I salici sono piante acquatiche , ha fatto più bella la bandiera rossa: "Vi vedo un dispetto, un gesto di sgarbo contro la società presente, una non-rassegnazione, e anche un ultimo segnale lanciato a qualcuno, un bisogno di solidarietà e di senso, di una qualche continuità fra passato e futuro, fra i diversi brandelli della mia vita e della vita di ogni altro." Ci rammarica l'idea di un funerale. Ci fa sorridere, poiché riusciamo a immaginarlo non macchiato da "una" bandiera rossa, ma "tutto" rosso, uno sciame di rosso.