L’odore dei vicoli di Alessandro Moscè:

il luogo della mente

in"Pelagos", n. 11 settembre 2007

 

 "Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che  rappresenta   Oreste è per vendicare la morte del  padre sopra Egisto e la madre, si  facesse uno strappo nel cielo di carta   del teatrino, che avverrebbe?"

                                                                                                                                                                            Pirandello

 

            Se voltiamo pagina dopo  “Amore e giardino”, prima lirica del libro di Alessandro Moscé, L’odore dei vicoli,  I Quaderni del Battello Ebbro, 2005, è perché ne abbiamo colto l’invito: “Vuoi venire”, e intendiamo, con l’autore, andare “dove il mondo si assottiglia / e l’eco dei grilli non si sente più”.            Proseguendo nella lettura ci rendiamo però conto che l’invito è un inganno se ci aspettavamo la descrizione di un luogo definito, dai confini certi e dal nome pronunciabile. Il dove non c’è eco di grilli e il mondo è più sottile è una condizione della mente in cui gli odori stanno alla geografia come i profumi stanno, in Acque e terre e Nuove poesie,  alla Sicilia di Quasimodo: il poeta vi aspira come alla verità di un mondo perduto; vi anela per compensare le negatività del proprio attimo di storia. I sensi, l’olfatto soprattutto, sono dunque tesi nell’aria, termine frequente nel libro, in … attesa: “Oh, che bella attesa…” (p. 25); “L’attesa della strada sarà magnifica” (p. 33).  Attesa per quanto realisticamente non è più, ma il soggetto poetante recupera: “…Sotto l’ippocastano è rimasto / ancora l’odore delle sue calze, / l’estate lo conserva solo per me, / non sembra vero” (p. 15).

            E’ una poesia della mente, quella di Alessando Moscé, la cui lettura comunica una sorta di materialismo etereo, una sospensione tra la vita e la morte : “… io nasco e muoio / più volte senza scongiuri, / fino all’alba. / La morte entra ed esce da me…” (p. 24). Nella propria “analitica esistenziale” Moscè coglie in pieno la lezione di Heidegger: procede verso la profondità e rende nei suoi versi la condizione di un sé che rifiuta l’unità con il mondo, e si ritrova solo, di fronte all’ineffabilità dell’essere. Non a caso dunque, l’esistenziale che l’angoscia rende manifesto, per il poeta coincide con la morte. Avendo avuto la rivelazione del “nulla”, ha maturato quella coscienza superiore necessaria al distacco nei confronti di morte e vita; così può aprire la propria mano e farne uscire addirittura la nebbia (cfr. p. 73), o può definire gli uomini tutti “acqua di confine” (p.62).

            Il distacco è anche nei confronti del tempo: “…sei l’unica che ha creduto / a questo mio al di là del tempo, / le altre non hanno capito / che esistono stanze mortali / dove non si può più stare.” (p.30); il tempo è “quell’arrivare e quell’andare / che non ha mai fine” (p. 43); “il tempo si confonde” (p. 46); è un “eterno ritorno” (p. 55); è una “eternità ingrata” che è passata “da quell’acqua a quest’acqua” (p. 25). Nel fuori dal tempo è dunque lo stato del poeta, il luogo dove davvero “il mondo si assottiglia  / e l’eco dei grilli non si sente più”, mentre lui, comunque, è padrone del proprio pensiero: “Il pensiero / si vede come l’aria chiara / … che esce dal tempo/… nell’ora che non c’è” (p. 61). Un’ora in cui, ormai, anche per noi che leggiamo, il mondo si è fatto quasi immateriale, lontano comunque dall’eco dei grilli.

            Il senso del distacco non esime però Moscè, né noi con lui, dal provare dolore: dolore assistendo alla morte di una notte, a un giorno che si divide da un altro giorno (cfr. p. 27); dolore in un presente che si oppone alla “prima felicità”, quella di un’ “infanzia che gracchi(a) dal giardino” (p.23); dolore per la “alienata terra” (p. 18), dove brigatisti, rapinatori e mali ineluttabili uccidono (cfr. pp.87-91), e seppure “una lucina si accende / ad ogni ora miracolosa” (p. 92), il cielo purtroppo è cielo da presepe, un cielo di carta velina…