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“LE ALI ALLO SGUARDO”: una lezione di vita
Dacia e Fosco Maraini, Il gioco dell’universo, Mondadori, 2007
in "l'immaginazione" novembre 2007
“Signorsì
Signor Dio!
[…]
Gran Comandante di nuvole e
fiori
di mari e tempeste
di montagne vulcani ghiacciai
di stelle comete
d’anni luce a miliardi.
[…]
Grazie per la festa stupenda!
[…]”
Fosco Maraini
La voce del dolore geme “in una capra solitaria”, scrive Saba in una lirica geniale. È la medesima
voce che ho sentito leggendo di una capretta che con il suo poco, ma “grasso e profumato” (p. 93) latte
quotidiano salva la vita di Dacia, Yuki e Toni, bambine prigioniere in un campo di concentramento giapponese.
Un fatto drammatico, dei tempi della Repubblica di Salò, raccontato senza orpelli retorici. Il fatto è stato,
e Dacia Maraini lo condivide con i propri lettori.
Tanti i fatti, gli avvenimenti, i pensieri di questo libro, Il gioco dell’universo, Mondadori 2007,
i cui autori dichiarati risultano due: Dacia e suo padre Fosco Maraini, deceduto nel 2003. In effetti a scriverlo
è solamente lei, la figlia, che in “dialoghi immaginari”, come recita il sottotitolo, riporta in vita i taccuini,
gli appunti, i quadernetti di suo padre. Non ci si aspetti comunque una sorta di carteggio pregno di amore
filiale. Tale amore è certo presente, e grande al punto che Dacia, per quanto schiva, ha bisogno di superlativi.
Il padre è: “amatissimo” (p.18), “dolcissimo” (p.27), “dolcissimo” (p.29), “amabilissimo” (p. 59),
“amatissimo” (p.82) …
Sono però convinta della verità di incipit famosissimo di Sbarbaro: “Padre, se anche tu non
fossi il mio /Padre, se anche fossi a me un estraneo, / per te stesso egualmente t'amerei.”
In questi nostri anni contrari alla riflessione, in cui non c’è posto per una poesia, perché si deve
andare di fretta; non c’è posto per la meditazione, perché conta l’apparenza; non c’è posto per l’intimità perché
persino la fede è esteriore; non c’è posto per l’altro perché domina l’egoismo, non sarebbe infatti possibile,
per chi dell’uomo stima l’intelligenza, non amare Fosco Maraini. E non condividere le parole di Dacia:
“Ma allora come chiamare questo scialo di egoismo, dichiarato, preteso? Lui l’avrebbe chiamato, con ilarità,
sganghero, cianfruglio, bruttalbracco, pendulo rigonfio delle mandibole masticatorie. Chissà. Certo il suo
senso di onestà, di attenzione verso gli altri, lo avrebbe portato all’indignazione” (p. 125)
Ecco dunque delinearsi il lettore ideale di questo libro: colui che, nella propria onestà, sa
indignarsi ma nonsi tira indietro, non condanna solamente ma agisce. Nel gioco dell’universo, infatti, gli
uomini nascono,vivono, muoiono. E scelgono: se condurre il gioco da protagonisti o subirlo solamente.
Condurre il gioco significa opporsi al razzismo, tenere separate politica e religione, essere in grado di vedere,
scrive Dacia, “le meravigliose miserie della vita di tutti i giorni” (p. 63), sentirsi coinvolti da “tutto ciò che
succede nel mondo” (p. 27); significa amare la lingua: la propria fino a creare le fanfole, le altre fino ad
impararle; significa, a volte, salvarsi dal dolore con un filo di ironia.
E’ un impegno editoriale che impone a Dacia Maraini non il racconto ma per l’appunto, la
condivisione con i lettori della vita di un uomo straordinario che tante cose è stato: narratore e antropologo;
fotografo (sua l’immagine di copertina con l’affascinante principessa tibetana), orientalista, alpinista…
ma attraverso il quale Dacia Maraini ci offre, forse involontariamente, una lezione di vita: imparare da Fosco
a giocare con l’universo, nell’universo, in pace persino con i nemici, come per lui non era nemico il nemico
Giappone. E non dimenticare, come lui scrive, che: “I confronti mettono le ali allo sguardo; ci innalzano
nello spazio e ci permettono di osservare il pianeta Terra da una nuova distanza…” (p. 136).
In Garfagnana, la terra che è stata straniera per Ariosto che amava viaggiare solamente
sulle carte geografiche, Dacia Maraini ci racconta che si è spenta, con le gambe inermi di un impiegato,
la vita del padre che in Tibet ha toccato i 5000 metri!
“Signorsì / Signor Dio!” (p. 36) mi viene da ripetere alla fine di questa storia in cui Dio è soprattutto
il mistero.
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