Guglielma Giuliodori, La norma di Zanzotto nell’Ipersonetto, Roma, Aracne, 2008, pp. 281.

 

 

Comprendere l’opera di Andrea Zanzotto comporta il calarsi in una dimensione di complessità, il dovere accettare a priori un io poetico che si dona solamente a patto di scandagliarne il rapporto con la realtà, l’essere soggetto frantumato che si ritrova nei propri pezzi franti (di “pezzi di un mondo a pezzi” Zanzotto infatti parla in un’intervista a cura di John Butcher) per mezzo di una introiezione che ha lo scopo di ricercare, nella realtà, una qualche verità, seppure solamente ipotetica. Svelare l’essere del poeta attraverso i suoi anche enigmatici versi è l’obiettivo che Gugliema Giuliodori persegue nel suo studio. E’ dunque la parte centrale di Il Galateo in Bosco che l’autrice ha assunto come oggetto della sua trattazione, l’Ipersonetto, appunto, ossia l’insieme, il corpo, il minicanzoniere, l’intarsio – comunque si preferisca chiamarlo – dei sedici componimenti pubblicati da Zanzotto nel 1978.

 

Il testo, che pure si rapporta agli studi precedenti, naturalmente compreso quello di Luigi Tassoni, e suddiviso in tre capitoli, descrive nel primo i livelli di analisi e la loro articolazione. L’analisi è impostata nella duplice direzione di intendere la “norma” sia come canone poetico e scelta zanzottiana di sostanziosa innovazione sia come riflessione metapoetica. Il secondo capitolo attua puntualmente, per ogni sonetto, la procedura di analisi secondo i cinque livelli già dichiarati e poi  compendiati in quarta di copertina: 1) i connettori fonici, e dunque lo schema rimico-metrico-ritmico, senza tralasciare alcun fenomeno di quella ricorsività che conferisce circolarità ai sonetti, ivi compreso il rilievo dato al fattore degli incontri e sequenze di vocali; 2) gli unificatori forti, ossia quegli elementi che godono di particolare rilevanza nell’organizzazione sintattica delle quartine e delle terzine; 3) le categorie grammaticali e il lessico, fondamentali per l’analisi dello stile zanzottiano; 4) le figure retoriche considerate anche, ricordando Reboul, nella loro “funzione ermeneutica” e, citando Zanzotto stesso, nella funzione pedagogica insita nella retorica; 5) gli aspetti metapoetici, di particolare rilevanza in Zanzotto, dal momento che egli stesso dichiara che «la poesia parla sempre di sé […] non può esistere che per parlarsi» (p. 19).

Naturalmente Guglielma Giuliodori esplicita il fine del suo studio che consiste, tenendo conto della varietà di elementi raccolti in tutti i livelli di ricerca, nella volontà di «comporre un quadro interpretativo complessivo pur se non esaustivo» (p. 19). Il terzo capitolo dunque ha proprio la funzione di sintesi interpretativa. E’ il luogo, inoltre, in cui l’autrice mette a punto il debito di Zanzotto nei confronti dei classici, Dante e Petrarca, innanzitutto; ma ne evidenzia anche la grande originalità, per esempio, nella strutturazione metrica delle terzine, e nelle scelte lessicali, che testimoniano tra l’altro il ricorso al plurilinguismo.

 

Come esempio del procedere operativo dello studio, si considera il sonetto XI (Sonetto del che fare e che pensare). In una attenta analisi metrica si vagliano, nell’ordine, in 12.1.a. (pp. 173-174) le rime, gli accenti e il loro peso nel conferire a determinati versi un particolare andamento, gli enjambement. In 12.1.b. (p. 174) l’oggetto di analisi è costituito dai fonemi componenti di PENSIER, al verso conclusivo e nelle loro ricorrenze attraverso il sonetto, e del FAI iniziale; si considera poi come tali fonemi assumano particolare rilevanza per mezzo delle rime interne. In 12.1.c.  (pp. 174-175) si osservano le giunzioni vocaliche più o meno marcanti, mentre in 12.1.d. (pp.  175-176) si esamina la presenza più o meno forte di sequenze vocaliche ricorsive nei vari versi. Il secondo livello di analisi si svolge in due punti: in 12.2.a. (p. 176) ci si sofferma sulla funzione della punteggiatura e sulle proposizioni, riconoscendo l’inserimento del mondo narrativo nell’impianto prevalentemente commentativo; in 12.2.b. (pp. 176-177) si distinguono gli unificatori in frontali e centrali, e i connettori in incipitari e circolari, non omettendo riflessioni relative alle congiunzioni e, in dettaglio, l’effetto di attenuazione degli stacchi sintattici. Il terzo livello di analisi valuta, in 12.3.a. (pp. 177-178), il peso dei numerosi interrogativi (pronomi e aggettivi) e come ad essi sia collegata una particolare, più fitta, tramatura verbale; in 12.3.b. (pp.  178-179) osserva come i temi della mancanza e del vuoto siano resi da vocaboli comuni, semplici, accostati ad altri di ben diverso registro, letterario, addirittura provenzale o di nuovo conio. L’analisi delle figure retoriche, argomento di 12.4. (pp. 179-180), ne considera le scelte sul piano del significante, della sintassi e del significato, evidenziando simmetrie e variazioni. Si giunge così all’ultimo livello svolto in 12.5. (pp. 180-181), quello della funzione metapoetica, colta  essenzialmente in specifici termini e nella connessione con la paronomasia e il chiasmo (in segno, in sogno e sogno di segno). L’ultimo punto dell’analisi riguarda le conclusioni, ossia come interpretare le varie e puntuali, dettagliate osservazioni già effettuate; propone inoltre, come nell’indagine di tutti gli altri sonetti allo stesso punto, i legami intertestuali, sia interni sia esterni.

 

Tale procedura, osservata interamente nell’analisi di ognuno dei sedici sonetti e segnalata, per alcuni aspetti, con l’adozione di simboli e la scelta di formati diversi del carattere, costituisce la parte centrale, decisamente la più corposa del libro.

Un lavoro, questo volume di Guglielma Giuliodori che, contraddistinto da complessità e completezza per la ricerca stratificata,  condotto in modo capillare e rigoroso, ripetibile nel metodo, apporta un notevole contributo agli studi critici su Zanzotto, costituendo un ottimo esempio di ricerca scientifica.