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La giustizia senza virtù
La vera e propria asserzione: Ingiustizia è fatta, che dà il titolo al romanzo di Gian Paolo Grattarola, Edizioni Creativa, 2009, contiene il sé il nucleo che il libro sviluppa. La vicenda è quella di una giovane e bella donna alla quale il Tribunale dei Minori sottrae la figlia bambina per affidarla al padre, reo persino di avere abusato della piccola. Lo sconcerto del lettore nasce dal constatare l’agire illogico delle istituzioni, di quello stesso potere occulto e corrotto che anche Brecht ha contestato. Viene in mente, ad esempio, la ballata Maria Farrar, l’infanticida. Maria è una giovanissima e bruttina servetta “indotta in tentazione”. Nasconde la gravidanza fino alla fredda notte in cui dà al mondo, sola e sopra un water, un figlio che poi uccide per farlo zittire e non essere scoperta; è invece arrestata ed accusata di infanticidio. Certo è colpevole, mentre Karen, la protagonista di Ingiustizia è fatta, è una mamma perfetta; eppure, Brecht fa bene intendere, è la condizione di degrado, di sfruttamento, di paura, ad essere l’effettiva responsabile del delitto. E quindi, anche a proposito della condanna di Maria Farrar, si può parlare di “ingiustizia è fatta”. Si desidererebbe che storie, come quella di Karen e di Maria, fossero prerogativa esclusiva della narrazione letteraria e poetica. Gian Paolo Grattarola ci avverte invece di essersi ispirato, seppure liberamente, a una vicenda realmente accaduta. Mentre la storia di Maria Farrar richiama la distinzione dei sofisti tra ciò che è giusto per natura e ciò che è giusto per convenzione, la storia di Karen suggerisce riflessioni sull’insegnamento di Socrate: l’ingiustizia non è nelle leggi, ma nel cuore degli uomini che le applicano. Ecco dunque che persino due assistenti sociali non agiscono secondo virtù, manifestando addirittura invidie meschine nei confronti di Karen, la donna che, nonostante la pietà che suscita, è comunque da rimproverare. E’ lei, infatti, ad avere voluto per la sua bimba il nome paterno, a non avere avuto la dignità, o meglio il coraggio, di opporsi alle convenzioni, di essere lei l’unico riferimento per la figlia. Avere preteso il riconoscimento del padre, nonostante ne avesse conosciuto l’immoralità, ha comportato la richiesta di affidamento da parte di lui. Inutili le sue denuncie di molestia sessuale dopo le visite della bambina, come già prima inutile il tentativo di fuga o poi il ricorso ad un eminente, quanto costoso, avvocato. Socrate, nella sua Apologia ha scritto: "Io non credo che sia possibile che un uomo migliore riceva danno da uno peggiore. Anito potrebbe condannarmi a morte, cacciarmi in esilio e spogliarmi dei diritti civili. Ma, queste cose, costui e forse altri con lui crederanno che siano grandi mali, mentre io non penso che lo siano. Io credo, invece, che sia un male molto più grande fare quelle cose che ora fa Anito, ossia cercare di mandare a morte un uomo contro giustizia”. Il pensiero di Socrate non può però essere di consolazione per Karen dal momento che è consapevole di non essere lei la vittima dell’ingiustizia, ma la bambina sottratta al suo affetto, costretta ad un ambiente squallido, e soprattutto esposta ad abusi. E ciò non può che suscitare indignazione. Per questo il romanzo è altamente morale: la denuncia della corruzione è una sempre una risorsa contro l’impotenza della vittima. Grattarola riesce, con la perizia di esperto narratore, con una prosa lineare e pulita, a trasmettere pienamente le ansie della protagonista, a fare soffrire il lettore per l’ingiustizia che Karen subisce, a farlo adirare nel momento in cui … ingiustizia è fatta. |