L'esperienza della neve
di Francesco Scarabicchi

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Manca la risposta al perche? la "voce che dica d'ogni altrove/da cui viene o ritorna l'onda e il seme", manca la consolazione di una fede tradizionale (il dio che non esiste), e ciò potrebbe indurre a parlare di nichilismo. Ma qui, ne L'esperienza della neve di Francesco Scarabicchi (il suo nuovo, recentissimo libro edito dall'editore romano Donzelli), semplicemente i valori supremi sono stati sostituiti dai valori minimi, non meno importanti. L'esistenza non si presenta senza senso e senza scopo, semplicemente la vita nel suo divenire non fa che rincorrere se stessa, diventando, per il poeta, sostenibile con la sua accettazione, per quanto non incondizionata, e vivendola in tutti i suoi aspetti. E seppure Scarabicchi si lasci segnare dall'esperienza "al di là del bene e del male", - ma "del bene il male è l'anima che geme"- dal superuomo nietzschiano è indubbiamente più che distante, poiché non ama senza riserve il proprio destino, non ne coglie con gioia quella parte che comprende il dolore e la morte atroce che investe, con gli uomini, gli affetti più cari. E' invece proteso all'occulta relazione tra la vita e le sue forme, a una mancanza che non si esplicita nel nulla, ma si interseca, si avviluppa all'esperienza del quotidiano, anima del visibile e del non visibile, afferrandola, cogliendola integralmente.
La complessità più recondita del libro consiste forse nel cogliere il nesso tra il negare senso agli eventi centrifughi che accadono dettati da una logica che sfugge (il fiume che trascina "tenebre di detriti, melma e male,//a quella foce ignota"), e il parallelo rifiuto dell'idea che l'esistenza tutta sia priva di senso ("Non esistere senza esserci stato"); tra la tentazione all'abbandono consolatorio a una tensione teoretica nichilista ("conquista/la libertà del niente"; "non capisce/come ancora si ostini, in tanta neve,/a rassegnarsi al mondo, al suo crudele/volgere in niente il niente"; "il nulla che preme"), e l'ansia dell'uomo "che si ostina a nominare/quel che al sole resiste e al freddo inverno", irremovibilmente fermo nell'esistenza, mentre il suo animo è marcato dalle lacerazioni sofferte anche perché il tempo "volta le spalle", "è niente", e gli anni passano "senza ritornare".
Il niente è combattuto mediante la percezione dell'esperienza, pur anche l'esperienza della neve, percezione di cui Scarabicchi si serve per tradurre nei suoi "sostantivi" la propria dialettica esistenziale. E ciò in una continuità ammirevole di coerenza da parte della Donzelli, che pure ha pubblicato poeti come Mark Strand e Henrik Nordbrandt. Riguardo a certi temi infatti sarebbe possibile avvicinare a quelli de L'esperienza della neve alcuni versi di Strand: "Tutti abbiamo motivi per muoverci./Io mi muovo per preservare la compiutezza delle cose.", e di Nordbrandt: "Quanto avresti amato questo posto/le pietre calde sulla battigia/ora che il sole e la luna/splendono con la stessa forza/e la stessa dolcezza./E in realtà lo amavi/- ma di più ora/che non sei più qui…"
Il niente è vinto dalla "lingua minore" con la quale Scarabicchi canta l'adesso "che non è più niente", con la quale "chiama/nessuno in nessun luogo", con la quale, nella consapevolezza che la vita non può essere uccisa, gioisce ad una vita nuova: "dona/alla luce/la luce/che non c'era", con la quale ricorda l'incanto perduto dell'infanzia: "eterno azzurro che si perde". E' questa lingua, che si avvale di un paziente sistema musicale fatto di accordi e armonie, di delicato lirismo, ad essere lo strumento fornito alla vita per oltrepassare il niente, varcarne in punta dei piedi la soglia. Nessun nichilismo dunque per L'esperienza della neve, dal momento che: "I libri vivono vivi, se li senti,/se di loro rammenti odore e forma,//ospiti solitari del cammino,/antiche sentinelle della notte//poggiate l'una all'altra per destino."


A cura di Norma Stramucci