Il dono leggero di Osvaldo Valenti

 

Il dono leggero,  Scrittura Mediterranea, 2005, è l’ultima pubblicazione di Osvaldo Valenti. Le “parole in scena”, come recita il sottotitolo, comprendono, nell’ordine, il poemetto Haetera Rosalia, il dramma Kirtu di Maqqanat, e l’operapoesia Melopea per Mothia.

Di Haetera Rosalia ciò che desta meraviglia è la lingua: un trobar “cortese” , un dialetto palermitano, un parlare colto, ma dell’italiano corrente, danno forma al poemetto che, in due quadri, offre due vite diverse, due modi opposti di operare: da un lato, nel primo quadro, alcune popolane, nel loro dialetto esprimono, come si legge bene nella nota (p. 47) “il disinganno, l’abbrutimento, il vuoto angosciante che coglie ogni uomo, il senso dell’inutilità del vivere, la sopraffazione fatta e subita”;  dall’altro lato, nel secondo quadro, il dialogo della mistica Rosalia con gli angeli propone con forza l’opzione opposta: la scelta dell’eremita non è rinuncia alla vita, ma l’accettarne coraggiosamente la sfida, lottando in nome della fede.

            I due quadri esprimono il senso dell’abiezione o dell’elevazione soprattutto per mezzo dell’espressione: si confrontino ad esempio i versi del primo quadro: “nenti cchiossài mi po / struppiari… mancu un parpagghiuni supra ‘a nivi” (niente può farmi più male / manco una farfalla sulla neve) (p. 24) con quelli del secondo quadro: (Rosalia) / Farfalla, non andare / portami il dono leggero / dell’ala, i fiori / del tuo arcobaleno: / sposa mi troverà / il giorno che nasce…” (p.37)

Certamente suggestiva è la storia di santa Rosalia, nata dalla nobile famiglia Sinisbaldi, vissuta alla corte reale normanna nel XII secolo e il cui nome etimologicamente è collegato ai fiori  « rosae et lilia »; le rose a indicare la portata del suo amore e i gigli la sua purezza.

All’inizio della lettura si può certamente sospettare che Osvaldo Valenti abbia l’intenzione di celebrare la santa di una istituzione. Nulla di più falso. Certamente quello che conta è un senso di religiosità, ma religiosità al di fuori di ogni canone che non sia quello quasi mitico. E’ questo  infatti l’elemento che accomuna i tre lavori del libro.

Anche il dramma Kirtu di Maqqanat rappresenta infatti un contatto con la divinità: è il Dio che concede all’anziano Kirtu il dono di un figlio. Purtroppo, all’eroe adolescente appare la Dea ingannatrice. Il giovane eroe non cede alle lusinghe, non consegna il proprio arco alla dea che apre per lui “le fauci dell’abisso / col tremore confuso delle tombe…L’eroe fu cancellato, come si secca /il grano abbandonato, / come la vipera svanisce nel suo fosso, come l’insetto dal rospo divorato. //E Kirtu inconsolabile, / maledì le nuvole, spezzato dal dolore “ (p. 59-60) Kirtu sente di non essere il padrone del proprio destino, e se ne rammarica: “L’uomo, lo crearono gli dei, / ma la vita è nelle loro mani, / chi può dirlo, il destino sotto il sole? // Vana cosa i giorni / a venire, / ombra li rende il fato.”

Il tema di Melopea per Mothia, “operapoesia” che chiude il libro, è che “la vita / è il miracolo più grande” (p. 68) . Ogni giorno andrebbe considerato come tale: apparentemente l’esistenza quotidiana del singolo continua, mentre magari una foglia ha terminato il tempo della sua presenza in terra: “quando ho visto / la prima foglia caduta / e il vento che se la portava / via / ho steso la luna / sopra un telo bianco: / dimmi, foglia / perché mi lasci sola?” (p. 67). Ma la foglia, che metaforicamente rappresento come la storia, in effetti non muore, si tramuta nel “Cuore antico / dello Stagnone” (p. 69).

Compare da qui il motivo liturgico, non certo di matrice cattolica. E’ il mito che si sposa ai ritrovamenti archeologici di Mothia, piccola isola a sud-ovest della Sicilia, nella laguna dello Stagnone,  abitata da Sicani, Siculi, Elimi e Fenici 27 secoli fa. Questi ultimi ne fecero un centro  fiorente approfittando  della posizione, strategica nel Mediterraneo, di transito obbligato tra le rotte commerciali che andavano dalla vicinissima Africa, alla Spagna, alla Sardegna, all’Italia centrale. Mothia fu poi incendiata e distrutta dalle armate di Dionigi di Siracusa nel 397 a.C.

E’ dunque la conoscenza di tale “cuore antico” che Osvaldo Valenti ci propone, e abbandonandoci al flusso della lettura, noi che non abbiamo avuto la fortuna di ascoltare queste che sono “parole in scena”, ritroviamo con l’autore una memoria antica che ignoravamo di possedere, ci ritroviamo in un antico emporio sardo a comprare gioielli “di puro diaspro” (p. 69), a tenere tra le mani “le matasse di lino egizio / i bronzetti di Biblo” (p.72), mentre gustiamo una salsa piccante di pesce, il “garum” (p. 72);  respiriamo “aroma / di muschio / e sandalo pregiato” (p. 79); presso il “Tofet” (p. 72), un santuario, seppelliamo i nostri bimbi nati morti poiché ci ripugna pensarlo come un luogo dove i bambini venivano sacrificati al dio crudele Baal Hammon; e soprattutto  veneriamo, presso il tempio di Tinnit (p. 71)  la Grande Dea dei Carii, che è madre di ogni cosa, “la sola madre che abbiamo” (p. 71). Questa è la Madre che vince sul tempo e annienta la morte, poiché “la canna che fu recisa / diventa flauto / e intona il Tuo canto” ( p. 82).

Una magia, quella di quest’ “operapoesia”, unica; l’autore è responsabile di un rapimento incantatorio nei nostri confronti. Ma ne eravamo stati avvertiti, poiché la narrazione si apre con una citazione di J. L. Borges: “La radice del linguaggio è irrazionale e di carattere magico… La poesia vuol tornare a quell’antica magia”. E dunque, quello di Osvaldo Valenti, è anche un invito a concepire il tempo nella sua dimensione per nulla cronologica, sincronica, ma spirituale: “solo il tempo viveva, / il suo tremito bianco” (p. 73), a sentirci goccia di mare che si rinnova: “la vita è un’onda di marea / alga su alga” (p. 81).

Tutto il corpo de Il dono leggero è dunque tenuto insieme dal filo conduttore di una religiosità rappresentata, a mio avviso, anche per mezzo del simbolo dell’acqua: in Haetera Rosalia: “rubannu all’acqua / ova senza coluri” (p. 20); “mi vippi l’acqua” (p. 23); “L’acqua impara dalla sete” (p. 35); il Serafino dice: “Il mare disse: vieni, al ruscello, / disse il ruscello: lasciami crescere, / e il mare: allora tu saresti un mare / ed io voglio un ruscello, vieni ora! (p.41); “Nella dimora mia d’argilla e d’acqua” (p. 43); in Kirtu di Maqqanat: “Al suono dei cembali / il figlio di Kirtu nasceva, / tra i pozzi per l’acqua.” (p. 56); “Bevevo colmi calici / l’adolescente” (p. 57); in Melopea per Mothia: “Oh!... chi sugnu… // Iu sugnu l’acqua, / l’acqua assitàta! / sugnu funti, ‘nta vucca / d’una notti salata,/ c’assicuta l’unna / affocata, / l’acqua sugnu, l’acqua / assetata…” (p.  75).

E se è fuori di dubbio splendida quest’ultima immagine dell’acqua assetata, di immagini altrettanto meravigliose il libro di Osvaldo Valenti offre un ricco repertorio. Il dono leggero è certo un testo unico, privo di riferimenti contemporanei, sia per temi che per, come scrive Salvatore Di Marco nella Prefazione, “per l’habitus linguistico e lessicaleper mezzo del quale la regia dell’autore mescola i tempi, le religioni, la poesia.