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Isabella Panfido, Casa di donne Tra fissità e movimento in"Pelagos", n. 11 settembre 2007
di prossima pubblicazione su "Pelagos"
Con un netto riferimento alla poetica del vago leopardiano inizia il libro di Isabella Panfido, Casa di donne, edito da Marsilio nel 2005. “San Martino” infatti, lirica introduttiva, rimanda istintivamente all’idillio “Alla luna”, all’idea della rimembranza che rende piacevoli persino i dolori: “Oh come grato occorre / […] Il rimembrar delle passate cose”; una piacevolezza annunciata fin dai versi premessi di Osip Mandel’štam: “[…]dolce ci è solo riconoscere, un istante.” E’ il valore della memoria uno dei fondamenti di questo libro, memoria non solo di una casa e di donne, come il titolo suggerisce, ma anche di un luogo, di una “terra che resiste e accoglie”, di una città umida che nell’androne di un palazzo conserva “aerei concentrati di esistenze” (p. 19), dove sul muro sboccia un “fiore di salso” (p.23), un “salso rifiorente” (p. 22), e che il lettore identifica facilmente con Venezia. Ma non si tratta di uno sfondo, di uno scenario, dal momento che, e “San Martino” lo dimostra, casa, -e “La casa” è il titolo della prima sezione del libro-, è anche la stessa città. Dato il tema non poteva in questa lirica mancare il riferimento al simbolo del nido pascoliano: come quindi la parola “vago” sta a Leopardi, la parola “cova” sta a Pascoli, il Pascoli che pure ha celebrato San Martino, l’estate dei morti. Che città e casa siano la medesima cosa risulta evidente anche da “4 novembre 1966” che lega il trionfo della casa alla situazione di pericolo: “La città è sommersa ed è certezza di catastrofe” (p.24). Se insomma il luogo fosse stato diverso, Isabella Panfido avrebbe scritto un altro libro, non questo, dal momento che solo a Venezia è possibile paragonare la casa a un’ “arca” (p. 24) che, ancora leopardianamente, vince il tempo e lo spazio. Il titolo della seconda sezione è “Le donne” e le parole di Sergej Gandelvskij che la precedono invitano la memoria all’autoinganno, pur nella coscienza che il soggetto ha della menzogna. La condizione qui dominante è quella della staticità, della sospensione nel tempo, di uno “stand-by” (p. 36), di “fissità”; quella che le donne della casa combattono è “una guerra di inazione”in cui, e praticamente è un ossimoro, la voce si usa per chiedere il silenzio (p.33). “Nello spazio spugnoso della casa non c’era bisogno di movimento” (p. 34); “si realizzava piuttosto una attività statica […] Assenti le passioni, né amore, né odio”; le donne della casa sono “come corpi immersi nel liquido amniotico, come ombre che si compenetrano nella luce: gli incidenti della vita, la malattia, la morte erano fasi di un’unica opera di agglutinazione. Quando una delle donne della casa moriva, nemmeno allora restava uno spazio vuoto, perché nessuna di loro se ne andava veramente, essendo già divenuta le altre.” (p. 35). Seguono ritratti di donne e di “Altre donne” (nel ricordo giova sempre la ripetizione!), alcune ricordate anche per mezzo del nome proprio, altre con un appellativo: “Signora”, “Piccola dea”, ma in ogni ritratto è evidente che lo stare nella casa corrisponde alla scelta di non giocare, o perlomeno di non farlo più, al gioco della vita: “la contentezza di stare fuori gioco, / di non aver puntato / nella partita persa della vita” (p. 37). Questo perché la menzogna è proprio la favola bella che le donne della casa non vivono più, che hanno voluto dimenticare, coscienti nel presente che l’illusione stessa è vana. Hanno “l’amaro di sapere” (p.49). E se Foscolo invidiava gli antichi che si ritenevano degni dei baci delle dee, queste donne –e non dimentichiamo che l’autrice in questo momento è una di loro- non chiedono nulla. Le loro dee tutelari, Minerva e Medusa, presenti nell’androne, sono esattamente come loro: “raggelate l’una dall’altra e condannate per sempre a fissarsi reciprocamente, a breve distanza” (p. 19). In “Altri giorni”, quarta sezione, l’io narrante non assomiglia più alle donne della casa: aspetta infatti, nonostante le “promesse disattese” “che si mostri un segno / per credere alla redenzione” (p 73). Torna Pascoli, ma la parola cova che in “San Martino” era nome, qui si fa verbo, e rimanda a “Il gelsomino notturno”: “si cova, / dentro l’urna molle e segreta, / non so che felicità nuova.” Isabella Panfido scrive infatti: “Fuori il ligustro trema di traverso all’aria / incerto di essere confine tra vite che si ignorano / ma resta saldo nel piede e cova/ rigogli di edera e ruggine di felci”. Rifiuta con fermezza la fissità se afferma nel giorno di San Valentino: “Meglio un treno sporco in moto che un treno immacolato fermo” ; se prega “che oggi il santo dell’amore / conservi questo cuore e questo braccio / goffi dolenti tutti cicatrici sporchi imperfetti / ma sempre in movimento.” Un passo indietro, un riancorarsi alle cose della memoria si riscontra nella sezione successiva: “False partenze”, dove nelle valigie “quello che pesa è sempre ciò che lascio, / in questo andare non c’è movimento” (p. 79); dove a “e il naufragar m’è dolce in questo mare” corrisponde “E’ dolce la paralisi da assideramento” (p. 81); ma dove pure si presuppone non sia tutta la vita solo nella memoria: “Sgombero cassetti, arieggio la memoria” e l’intenzione è quella di distinguere tra il vuoto e la propria ombra, un ombra che non vuole semplicemente compenetrarsi con la luce: “come ombre che si compenetrano nella luce” (p.35), ma che ha consistenza e dignità, nulla a che vedere con l’ombra di Mattia Pascal! L’apertura decisa alla vita, l’idea del futuro, della fiducia, insomma di una partita ancora in gioco, di una favola bella che ancora illude, la fine che giustifica e ispira l’immagine fiorita e festosa di copertina, chiude il libro, nella sezione intitolata “Da figlia a madre”. Tutta femminile è l’idea di un bimbo attraverso il cui respiro si ascolta la voce di Dio: “ascolto il ronzio di Dio dalle tue narici”. Proprio un inno al movimento, un ordine impartito a vivere la vita, appare il “Canto” finale: “Una specie di voce del respiro, a volte, / nasce da un movimento e diventa canto. / E’ voce che ci riconosce, fonda come di terra aperta, / o quando nasce un bambino che è canto e urlo / e chiama dentro la vita / non ha pensiero o ritmo / è suono carne e silenzio / parla di luce e acqua infinitamente / e chiede mani e occhi e paura per fermarci / sulla discesa lenta del presente”. Non si può fare a meno, per questo libro di Isabella Panfido, di operare anche un confronto, con Montale. Non mi riferisco a versi per i quali il riferimento appare ovvio: “ascoltare minimi schiocchi, fruscii,”, o a singole parole, come “ligustro” (p.72), ma a una connessione sia tematica che testuale. La prima rimanda a Le occasioni, dove centrale è il luogo della casa. Mentre però il mondo che Montale lascia fuori è chiaramente falso, offensivo persino per la dignità dell’essere umano, in Casa di donne per quanto la poetessa subisca l’ipnosi di un ambiente-città, l’autenticità della vita non è riscontrata all’interno di mura dove la vita è sempre identica a se stessa, ma proprio nel resto del mondo, -“è casa ovunque” (p. 79) infatti dichiara-, nel lasciarsi andare all’illusione, nel credere alla favola, nel partecipare alla vita, pur non rinnegando l’interiorità psicologica del rimembrare. La seconda connessione è invece di tipo stilistico e rimanda a Satura, al tono sarcastico e ironico al quale la poetessa, qualche volta, si lascia andare: “lo sa che il lutto ha la consolazione del torto della vita / e chiede il conto una volta sola” (p. 59); “L’ha messa in cinta e dopo s’è spretato” (p. 64); oppure: “-Per il decesso – mi rassicura – la chiamo tra tre mesi. / Intanto – mi raccomanda – sia prudente.” (p. 63) Una poesia, questa di Isabella Panfido, per cui certo si può parlare di sensorialità; i sensi dominanti sono l’olfatto: “come il loro odore” (p. 11); “l’odore della città” (p. 19); “odora della vita” (p. 33); “odore di tabacco e di colonia” (p. 38); “odorano di buono” (p. 41);”da un odore” (p. 59); “la traccia nuova di un odore” (p. 71); “di odore di legno” (p. 73); e la vista. Valga, per tutte le immagini che gli occhi del lettore coglie, attraverso i versi e le brevi prose di Casa di donne, il solo esempio della macchia di umidità, “il fiore di salso sbocciato un mattino di primavera” (pp. 22-23) che affascina, e ingentilisce il ricordo di un racconto di Kafka, Il medico di campagna: “Nel suo fianco destro, all'altezza dell'anca, si è aperta una ferita grande come il palmo d'una mano. […] Ho scoperto la tua grande ferita: questo fiore che hai nel fianco…”
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