Calamandrei, Per la scuola: Il paradosso di uno Stato contro la sua Scuola

 

in "Chichibìo", anno X, novembre-dicembre 2008, n. 50 

 

 

Il libro di Calamandrei, Per la scuola, Sellerio Editore, nov. 2008, mi ha fatto venire in mente una trasmissione televisiva della mia infanzia: Non è mai troppo tardi. Ne spiego il nesso: a parte una metodologia didattica certo non più praticabile, un maestro, Alberto Manzi, istruiva nei rudimentali elementi della lettura e scrittura l’Italia analfabeta. Può sembrare una piccola cosa, ma grazie a ciò, io, bimba di 6-7 anni, ho potuto insegnare a mia nonna a scrivere il suo nome; e lei ne è stata fiera. E dunque ricordo con nostalgia un tempo in cui la televisione ha tentato una grande strada: quella di essere maestra. E’ durata poco; e già Pasolini intuiva lo scatafascio morale e intellettuale che sarebbe derivato da quell’apparentemente innocuo Da-da-um-pa!

 

La televisione è il mio grande mulino a vento contro il quale, io povera derelitta consapevole della sua perversità, donchisciottina ridicola ma non pazza, lotto –soprattutto a scuola- tutto il giorno. La mia guerra, assai pacifica, fatta di parole e conversazioni, di dialogo e confronto, è volta a riattivare i giovani cervelli che la televisione continua ad annientare: il vizio del fumo in Zeno Cosini contro “Il grande Fratello”; le “Bestie” di Tozzi contro “L’isola dei famosi”; le guerre di Indipendenza contro le Veline. Che c’entra Calamandrei? Eccome, se c’entra! C’entra anche perché il mio utopico sogno di oggi vorrebbe una televisione che legga, commenti, insegni anche i precetti che, tratti dal libro di Calamandrei, istruiscano la nostra Italia analfabeta: un’Italia che sa leggere e scrivere ma non sa più pensare se non il pensiero del suo padrone. Mi addolora profondamente il vedere le vittime dalla parte del loro oppressore. Il libro di Calamandrei è tra quelli che ogni italiano avrebbe il dovere e il diritto di conoscere a menadito. Ma il fatto è che fa pensare; e dunque non se ne parlerà, se non nella televisione dei miei sogni.

 

Tullio De Mauro, nella sua mirabile Introduzione al libro che comprende tre scritti di Calamandrei, ne coglie l’anima: il valore di un paese civile si misura dal valore della sua scuola pubblica. Il paradosso, incredibilmente sconcertante per chi sia capace di coglierne la portata, è che oggi lo Stato combatte la SUA Scuola: la Scuola che insegna (tenta di insegnare) la cultura, e di conseguenza il pensiero; qualunque pensiero, purché tale sia.

 

I tre scritti di Calamandrei, datati rispettivamente 1948, 1950, 1946, e raccolti in Per la scuola, sono straordinariamente attuali. E’ talmente evidente, ad ogni pagina, il puntuale paragone tra ciò che Calamandrei scrive e la situazione odierna, che parlarne è superfluo. Mi diverte però riportare almeno un passo: “I fini di un governo democratico, nel quale la nomina dei governanti è giuridicamente rimessa alla scelta dei governati, saranno tanto meglio raggiunti quanto meglio da questa sua scelta usciranno eletti i più degni: cioè i più capaci, intellettualmente moralmente e tecnicamente, ad assumere nel popolo funzioni di governo.” (p. 111)

 

 Il grosso difetto di questi scritti è che non saranno letti se non da coloro che, pur godendone, non hanno bisogno di trarne alcun insegnamento educativo; ben consapevoli della loro verità. Gli oppressori ne saranno infastiditi, ma non più di tanto: ben più potente è la loro voce. Gli oppressi, che ignorano di essere tali, continueranno invece ad ignorare persino il nome di Calamandrei, troppo occupati durante queste ultime feste natalizie a fare la coda al botteghino del cinema: “Natale a Rio” e “Il cosmo sul comò” li diverte. Si annoierebbero a morte a scoprire le vere motivazioni che hanno fatto non confermare Luigi Russo nell’ufficio di direttore della Scuola normale superiore di Pisa; riterrebbero una disquisizione inutile e cervellotica la difesa della scuola democratica, e il parlare della scuola come uno degli organi costituzionali dello Stato; non si sentirebbero coinvolti dal ragionamento che in loro favore auspica il ricambio sociale della classe dirigente.

 

Ma sempre più ridotto sarà il numero di coloro che saranno in grado di intendere scritti come questi, se non verrà ostacolato, fermato, quel potere che, direbbe oggi Calamandrei, con una ricetta di “bassa cucina” (p. 96) tende a trasformare la scuola di Stato in “scuola di partito”; quel potere che, accortosi di linfe vitali nella scuola ancora esistenti, si adopera per soffocarle. Il rischio per esso sarebbe che possa accadere quel che accade alla vallinsneria: “nella stagione invernale non si vede perché è giù nella melma. Ma quando viene la primavera, quando attraverso le acque queste radici che sono in fondo si accorgono che è tornata la primavera, da ognuna di queste pianticelle comincia a svolgersi uno stelo a spirale, che pian piano si snoda, si allunga finché arriva alla superficie dello stagno: e insieme con essa altre cento pianticelle e anche esse in cerca del sole. E quando arriva su, ognuna, appena sente l’aria, fiorisce, ed in pochi giorni la superficie dello stagno, che era cupa e buia, appare coperta da tutta una fioritura, come un prato.” (p. 87)