in "Il rosso e il nero", anno 6 numero 12, aprile 1997,  pp. 98-100  

Appartenenza

            Appartenenza mia alle cose, o delle cose a me? O di entrambe, di me e delle cose (di me stessa in quanto cosa), e per cose intendo, pascolianamente, l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande, ad Altro? (O la Mosca graziosa, che il nome di Dio "L'oniveggente, lui..." non pronunciava "neppure con la minuscola"!) Meno di lei giudiziosa, Dio chiamo nella mia poesia, e non me ne importa il nome, se Wakan Tanka od Apollo, oppure Odino. Ma Dio non è la poesia, non è l'altro che intendo.

            Apparteniamo dunque, e questa per me è la risposta - l'Altro, finalmente - alla Vita: "o Vita, o Vita, / dono dell'Immortale /alla mia sete crudele, / alla mia fame vorace...", e fare poesia non è che il tramite, il mezzo, lo strumento, non per essere al mondo, ma per esistere, effettivamente.

            Accetto, amo persino, il mutamento; ma non tollero che alcunché passi senza avere lasciato il segno. Trovo meravigliosa la quotidianità, ne chiamo a me ogni particolare, e scrivendo produco, faccio esistere, la sua e la mia vita. Un fermo al tempo, un modo insieme umile e presuntuoso di non morire, di dare mente e corpo, e per sempre, a qualsiasi attimo fuggente.

            Non è un processo intenzionale. "El pezetì de porto / visto da casa mia / grigio, da mare morto / volse venì in poesia." Ha scritto Scataglini, e vivono oggi i suoi versi, e lui. E infatti non credo all'ispirazione - se non nella sua accezione latina: spiritus - respiro dell'anima. Credo alla "disposizione", forse un altro senso, che permette di percepire la vita in ogni sua manifestazione, al di là dell'abitudine, che benda gli occhi, mette i guanti alle mani, ottura il naso e gli orecchi, chiude la bocca. Ma certo conta molto, mi è indispensabile, l'immaginazione...

            Tutto questo ha molto del privilegio, ed io ne ho piena consapevolezza. Privilegio rispetto a chi passa la vita in maniera amorfa certamente, ma soprattutto nei confronti di quanti non possono permettersi di stare a pensare che un filo d'erba cresca... Di fronte a quella parte, immensa del mondo, che ha fame ed è stuprata, bimba persino, solo un falò accendo di tutti i miei versi...

            Mi produco in poesia con la mia parte sensibile e non con quella razionale, ma uso la razionalità per gestire le voci delle cose e del pensiero (emozioni?), per ordinarle in ritmo e quantità, in un linguaggio che pretende di essere economo. Amo troppo le parole per non usarle con parsimonia (e mentre da ogni luogo si inveisce contro l'italiano, a me questo pare una lingua perfetta, quando l'incontra un poeta), ed amo, in un tranquillo delirio, ascoltarne il suono.

            Mi hanno definita antilirica, e mi sta bene, poiché non dissocio l'antilirismo dall'armonia, sia pure un'armonia "atonale", secondo la definizione di Holan.

            Scrivere è un'allegra sofferenza, un gaio dolore. Vivere costantemente attenti al mondo, volti a coglierne il minimo accadimento, e del suono che gli è proprio e della voce che è mia fare tutt'uno, nel sereno tormento alla ricerca del verso, senza dubbio è faticoso, ma non riesco a farne a meno. Parini d'altronde affermò che poeti si nasce: il poeta "dee aver sortito dalla natura una certa disposizione degli organi e un certo temperamento che il renda abile a sentire in una maniera, allo stesso tempo forte e delicata, le impressioni degli oggetti esteriori..."

            Rendere pubblica una nota di poetica è proprio prendersi, -e così rispondo ad Alessandro Fo (cfr. il n° 11 di questa rivista) - un pò troppo sul serio; ed io invece, che ho già parlato d'amore, e nulla m'è consentito, al di fuori dell'amore, amo tanto anche me stessa: perchè solo chi si vuol bene fino in fondo può amabilmente -qualche volta - non prendersi troppo sul serio, sorridendosi addosso. E se ho indossato in questa sede un abito professorale, seppure appena appoggiato sulle spalle, ora pian piano lo riappendo nell'armadio e (oh, che bella risata!) ridono di me, con me, Callimaco e Pound, Leopardi e Montale, Ovidio, Brodsky e Mandel'stam.