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Le Marche e l’appartenenza umana globale
Mi
contraddico, forse? Ebbene, allora mi contraddico (sono vasto, contengo
moltitudini).
Walt Whitman
, Song of Myself
Ho sempre inseguito la via di mezzo, l’equilibrio, influenzata
indubbiamente dalla mia collocazione geografica. Mi sono sempre sentita al
centro, nel senso che, seppure, come scriveva Kant, il mondo è una sfera e di
conseguenza tutti siamo destinati ad incontrarci, il punto dell’incontro del
mondo intero mi sono sempre, a torto o a ragione, apparse le Marche. Una regione
dal nome plurale e nella quale dominano le contraddizioni, come nel mio animo,
mentre sempre insegue la giusta misura. Oggi considero le Marche nella loro
moltitudine, nel popolo che le abita, ben diverso da quello della mia infanzia.
Me ne rendo conto dal mio lavoro di insegnante. Erano tutti bianchi i volti dei
miei studenti, anni fa. Oggi, la situazione di molte aule scolastiche è ben
diversa. All’Istituto Professionale di Civitanova Marche vi sono xx studenti
cinesi, all’Istituto Professionale di Recanati su xx, xx hanno nazionalità
rumena, albanese, nigeriana, russa… Siamo marchigiani in tanti oggi, e non tutti
nelle Marche siamo nati.
Classe IV
B T.G.A
Sotto i
banchi un tappeto da preghiera
turco. Gigli
dell’India alle finestre.
In un pezzo
del mare di Croazia
il brillio
degli squillanti pendenti
a cristalli
d’Arabia. Meraviglia
di quest’aula
di scuola dove
non mangiano
sangue e maiale
le mie
ragazze col velo. E in tutte
le nostre
teste ben fatte il miscuglio
di nomi
impronunciabili mentre
tra queste
quattro mura siamo il mondo
che splende e
nel baccano degli idiomi
fa le feste
ogni mattina
alla torre di
Babele
che è caduta.
Il 25 aprile è
ormai trascorso. All’indomani mi ha ferita una indegna scritta su un muro del
mio paese. La riporto, per condividerne l’orrore: “Il 25 aprile è nata una
puttana… la repubblica”. Mi oppongo all’indecenza che contrasta la dignità
umana. Mi oppongo all’ignoranza di chi confonde il 25 aprile con il 2 giugno. Mi
oppongo a chi rifiuta la storia della Resistenza dei nostri paesi: da quelli del
Montefeltro (Urbino, Fragheto, Novafeltria…) a quelli del maceratese (Montalto,
Vestignano…).
Questo scritto, in sostanza, è un
appello affinché qui, al centro del mondo, conquistiamo una testa ben fatta,
come direbbe Morin. Dobbiamo permettere alla nostra marchigianità di appartenere
all’altro. Il futuro della nostra regione, come di altre, non sarà che di
meticciato, di ibridismo tra le razze. Anche le Marche si stanno avviando
verso la mescolanza, verso la perdita di quelle che
qualcuno definisce purezze. Ma l’amore per la propria Patria, e dunque per la
nostra regione, non richiede la distruzione o l’allontanamento di chi parla
un’altra lingua, ha un colore diverso, pratica una diversa religione. Dobbiamo
prestare molta attenzione alla trappola dell’identità. Poiché una persona può
essere molte cose insieme, la nostra dovrà essere una appartenenza umana
globale. Dobbiamo avere bisogno della natura plurale della nostra identità.
Quella che dice no alle guerre sante, alle guerre giuste, quella che invece
facilita il confronto, lo scambio, la conoscenza. Quella che pratica non solo la
cultura dell’ospitalità, ma anche la forza della fierezza civile e della
caritas, nel senso con il quale era intesa nel mondo classico.
Come poeta, questo delle Marche è soprattutto quanto oggi mi sta
a cuore, e mi dà pena: tra l’Adriatico e i Sibillini, tra il nord e il Sud,
nelle Marche dobbiamo potere imparare ad amare l’Umanità, a ricordarci di
Mazzini o dei fratelli Rosselli che sostenevano, poiché amavano la propria
Patria, di amare tutte le patrie. Ricordarci magari di quanto scrisse Einstein
nei documenti da compilare, alla voce RAZZA, quando fu costretto all’esilio:
UMANA.
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