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Da porte che non si aprono più
in
numero città/cinque della rivista "nostro
lunedì", semestrale di scritture, immagini e voci
ideato e coordinato da Francesco
Scarabicchi, gennaio-febbraio 2005
Sul crinale di un colle, al centro storico si entra da
porte che non esistono più. Anche belle e restaurate, ma che non aprono
nulla. Marina, Romana, Nova, Cerasa, S. Domenico S. Filippo sono
ormai solo i nomi da pronunciare per dire dove si è parcheggiata l’auto.
Ho
l’impressione che questa parte di Recanati, nonostante le porte aperte,
sia una stanza chiusa, con le sue pareti, il soffitto, i mobili persino.
Un luogo chiuso e sereno. Chiuso il tempo in una mescolanza di storia
nella quale convivono i merli ghibellini e una parabolica, le vestigia di
un libero comune del XII secolo con i parcometri. E al centro della piazza
la statua di Leopardi a testa china, chiuso anche lui su se stesso. Chiusa
la statua da un reticolo che impedisce di avvicinarsi, mi vieta di cedere
alla tentazione di colorarne di celeste gli occhi abbassati. Li guardo
come lui guardava la luna, sempre la stessa. Quella statua è rimasta
identica a quando ero bambina e non mi apparteneva l’immagine di un poeta
fiero e bellicoso in cui non riconosco quel brutto pezzo di marmo che
nessuno ha il diritto di toccare.
Il tempo
di tutta la mia vita appartiene tanto a questa stanza chiusa quanto al suo
orto-giardino nel quale ci si immerge uscendo dalle porte. Chiuso
anch’esso con un recinto fatto di mare e monti, di colline sulle quali
sorgono paesi che ci appartengono, poiché fanno parte del nostro
orizzonte. Queste le nostre vere mura, non la cerchia che ci vede
passeggiare in ogni stagione e che nessuno più associa al nome di
Francesco Sforza.
Nessuno
al confine, nessuno dietro all’Adriatico, al Conero e ai Sibillini; tutt’al
più, nella vallata, il ricordo dei Piceni e dei Romani che si confonde e
si fonde con le industrie; che a loro volta toccano il grano, le
barbabietole, gli ulivi.
Come al
centro e nei quartieri, nei supermercati e nelle scuole, si mescolano la
vecchietta di Monte Volpino, l’assessore comunale, la donna in carriera
con la badante polacca o rumena, il bambino macedone, il venditore del
Senegal, la studentessa vietnamita e l’operaio albanese.
Nessuno
qui, per rimanerci, arriva da vicino. Tutti arrivano da quel mare che non
ci vede che raramente partire. Tutti felici nel nostro borgo selvaggio.
Tutti
tranne lui, che è voluto fuggire da una terra che palesemente amava. Lui
che fa parte di questo mio mondo chiuso, lui che respiro per le strade,
col quale devo costantemente fare i conti, dal quale non posso prescindere
avendo la presunzione di sentirmi intimamente e formalmente poeta.
Lui che
ha abbattuto anche per me qualunque porta. Che mi ha reso possibile
un’esistenza serena in questo microcosmo, avendomi insegnato la via per
riuscire a vedere e sentire, oltre qualunque limite, l’infinità dello
spazio e del tempo, e condividere un principio di umana fraternità. |